venerdì 11 dicembre 2009
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Tutti in ordine sparso, qualcuno getta acqua sul fuoco, qualcuno benzina, qualcuno ha il coraggio del realismo: nessuno, però, sa cosa fare. L'appena riconfermato presidente dell'eurogruppo, Jean Claude Juncker, ad esempio, esclude «categoricamente una bancarotta dello Stato della Grecia», nonostante «il minimo che si possa dire è che la situazione di bilancio è tesa». Tesa, un eufemismo che mette i brividi più che far sorridere visto che quest'anno il disavanzo pubblico è atteso quasi al 13% del Pil, mentre nel 2010 il debito dovrebbe superare il 120% del Pil. Una deriva che l'altro giorno ha visto il premier lanciare una sorta di appello all'orgoglio nazionale, avvertendo che il dissesto dei conti mette a repentaglio «la sovranità della Grecia». Ieri il premier ellenico Georges Papandreou è tornato sulla questione lanciando l'idea di una riunione dei capi di tutti i partiti per lottare contro la corruzione e l'evasione fiscale, in modo da mandare «un potente messaggio all'estero», che mostri che la Grecia vuole risanare la sua economia. In realtà, parte del problema risiede proprio nell'orientamento finora mostrato dal governo di voler risanare i conti facendo leva sulla lotta all'evasione, come dire prosciugare l'oceano con un cucchiaino da caffè. Secondo le autorità europee e gli altri paesi dell'Unione, questo ovviamente non basta e la scorsa settimana, avviando una nuova fase della procedura di deficit eccessivo sulla Grecia, i ministri delle Finanze Ue hanno chiesto misure supplementari: il piano greco, stando a quanto dichiarato da Atene, sarà pronto per gennaio. Forse, conviene dirlo, sarà tardi poiché la situazione della Grecia è «gravissima». A dirlo non è il sottoscritto ma, a nome della presidenza di turno dell'Ue, il ministro degli Affari europei svedese Cecilia Malmstroem: «Certamente siamo inquieti. La questione non è formalmente sull'agenda del vertice Ue ma immagino che i leader parleranno informalmente della questione perché la situazione in Grecia è gravissima». Malmstroem ha aggiunto che «è una situazione difficile, che richiede tempo, coraggio politico e riforme. I greci sanno quel che devono fare ma sono in difficoltà e questo prende tempo. Comunque, siamo una famiglia e cerchiamo di sostenerci gli uni con gli altri». Cerchiamo, appunto. Non si sa come, visto che dopo Atene toccherà a Dublino e poi via via tutti gli altri Stati che pur non andando in default dovranno pensare a preservare le proprie economie prima di tutelare quelle altrui: nell'Ue si litiga in tempi di pace, figuriamoci adesso. Ieri George Soros, speculatore tramutato in filantropo, ha detto che la Grecia non andrà in default: anzi, che «non le sarà consentito». Verrà salvata ma il costo sarà l'accettazione della limitazione alla propria sovranità, oltre che un piano di riforme draconiano gestito dai burocrati europei: non è un caso che lo sconosciuto Herman Von Rompuy sia diventato il primo presidente della Ue. È stato “scelto” per quel ruolo e non dai partiti o dai cittadini ma da un direttorio ben preciso che vuole imporre nuove regole, prima delle quali la graduale cessione di sovranità da parte degli Stati: Grecia e Irlanda pagheranno il prezzo della sopravvivenza per prime ma certamente non saranno le uniche ad essere ridimensionate. CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Tutti in ordine sparso, qualcuno getta acqua sul fuoco, qualcuno benzina, qualcuno ha il coraggio del realismo: nessuno, però, sa cosa fare. L'appena riconfermato presidente dell'eurogruppo, Jean Claude Juncker, ad esempio, esclude «categoricamente una bancarotta dello Stato della Grecia», nonostante «il minimo che si possa dire è che la situazione di bilancio è tesa». Tesa, un eufemismo che mette i brividi più che far sorridere visto che quest'anno il disavanzo pubblico è atteso quasi al 13% del Pil, mentre nel 2010 il debito dovrebbe superare il 120% del Pil.
Una deriva che l'altro giorno ha visto il premier lanciare una sorta di appello all'orgoglio nazionale, avvertendo che il dissesto dei conti mette a repentaglio «la sovranità della Grecia». Ieri il premier ellenico Georges Papandreou è tornato sulla questione lanciando l'idea di una riunione dei capi di tutti i partiti per lottare contro la corruzione e l'evasione fiscale, in modo da mandare «un potente messaggio all'estero», che mostri che la Grecia vuole risanare la sua economia.
In realtà, parte del problema risiede proprio nell'orientamento finora mostrato dal governo di voler risanare i conti facendo leva sulla lotta all'evasione, come dire prosciugare l'oceano con un cucchiaino da caffè. Secondo le autorità europee e gli altri paesi dell'Unione, questo ovviamente non basta e la scorsa settimana, avviando una nuova fase della procedura di deficit eccessivo sulla Grecia, i ministri delle Finanze Ue hanno chiesto misure supplementari: il piano greco, stando a quanto dichiarato da Atene, sarà pronto per gennaio.
Forse, conviene dirlo, sarà tardi poiché la situazione della Grecia è «gravissima». A dirlo non è il sottoscritto ma, a nome della presidenza di turno dell'Ue, il ministro degli Affari europei svedese Cecilia Malmstroem: «Certamente siamo inquieti. La questione non è formalmente sull'agenda del vertice Ue ma immagino che i leader parleranno informalmente della questione perché la situazione in Grecia è gravissima». Malmstroem ha aggiunto che «è una situazione difficile, che richiede tempo, coraggio politico e riforme. I greci sanno quel che devono fare ma sono in difficoltà e questo prende tempo. Comunque, siamo una famiglia e cerchiamo di sostenerci gli uni con gli altri».
Cerchiamo, appunto. Non si sa come, visto che dopo Atene toccherà a Dublino e poi via via tutti gli altri Stati che pur non andando in default dovranno pensare a preservare le proprie economie prima di tutelare quelle altrui: nell'Ue si litiga in tempi di pace, figuriamoci adesso. Ieri George Soros, speculatore tramutato in filantropo, ha detto che la Grecia non andrà in default: anzi, che «non le sarà consentito».
Verrà salvata ma il costo sarà l'accettazione della limitazione alla propria sovranità, oltre che un piano di riforme draconiano gestito dai burocrati europei: non è un caso che lo sconosciuto Herman Von Rompuy sia diventato il primo presidente della Ue. È stato “scelto” per quel ruolo e non dai partiti o dai cittadini ma da un direttorio ben preciso che vuole imporre nuove regole, prima delle quali la graduale cessione di sovranità da parte degli Stati: Grecia e Irlanda pagheranno il prezzo della sopravvivenza per prime ma certamente non saranno le uniche ad essere ridimensionate.
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gli Stati perderanno sovranità in favore dei burocrati di Bruxells ma questo forse salverà la democrazia oggi minata dall'irresponsabilità dei politici e dall'infantilismo di chi li elegge.
Al direttorio vorrei dire che noi facciamo benissimo a meno di questi cattolici adulti che si riempiono la bocca parlando di dottrina sociale della Chiesa e poi si permettono di attaccare il Sommo Pontefice (che Dio lo benedica!) in maniera subdola, meschina e vigliacca. Se proprio volete che un cattolico ricopra la carica di presidente permanente dell'UE, a noi va benissimo uno come Giulio Andreotti, ma vista l'età vi proponiamo altri due nomi: Roberto Formigoni o Rocco Buttiglione...è un problema se sono fedeli al Papa? no perchè voi siete "democratici". Al direttorio mi permetto anche di chiedere quanto pensate debba durare questa crisi...penso che nella riunione in Grecia se ne sia discusso...dovete sapere che noi dell'underworld stiamo tirando un pò troppo la cinghia...ma questo forse a voi poco importa Solidarietà al Silvio nazionale, palesemente sotto assedio.......... il problema è che lui non fa parte del direttorio, lo dimostra il fatto che, se non mi sbaglio, nè lui nè membri del suo governo hanno partecipato all'ultima riunione del direttorio....
No comment.
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