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FIAT/ Quanto ci costerà il patto tra Marchionne e Scajola?

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4 - Gli incentivi pubblici all’industria, possono essere inevitabili quando si tratta di far fronte a un rovescio improvviso della congiuntura. Ma hanno soprattutto una funzione di ammortizzatore sociale, sia pur indiretto. Molto più discutibile se e in che misura possono davvero servire a orientare in modo efficiente la produzione. Quando diventano strutturali e permanenti, per lo più si trasformano in una ciste che indebolisce il tessuto economico. Prendiamo i pannelli solari. I sostegni hanno stimolato la crescita di una industria e spinto a orientare i consumi. Ma produrre elettricità con il sole costa più di altre fonti. Può darsi che sia giustificato da interessi superiori, tuttavia l’effetto è economicamente negativo. Non solo. Fino a che punto siamo sicuri che il nuovo settore industriale riuscirà a camminare con le proprie gambe?

 

5 - Davanti alla famiglia Agnelli, riunita per l’assemblea annuale della cassaforte (l’accomandita per azioni Giovanni Agnelli & C), Marchionne ha detto: “Non può essere la Fiat a fare la politica industriale del paese”. Ha ragione. Ammesso che la politica industriale funzioni (e abbiamo spiegato tutti i nostri dubbi) avrebbe dovuto concludere che non può essere nemmeno il governo a fare i piani produttivi della Fiat e tanto meno una politica per la Fiat. Si parla di un progetto condiviso che verrà discusso con sindacati e governo. Con tutto il rispetto per la concordia sociale e il metodo del consenso, è sempre meglio quando ruoli e responsabilità restano chiari e distinti. A cominciare dal ruolo della proprietà. Il progetto Torino-Detroit, cioè creare un gruppo davvero mondiale, è importante, ha il plauso di tutti e ci riempie d’orgoglio. Ma non può essere realizzato con i dollari di zio Sam e gli euro dei contribuenti italiani. Prima di tutto, è l’azionista a dover staccare gli assegni.

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