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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. I nuovi “padroni” dell’Europa parleranno cinese

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Sinosteel Group il gigante dell’acciaio, capace di lanciare un’opa ostile sul gruppo australiano Midwest Corp da 1 miliardo di dollari e decisamente all’avanguardia nello sfruttamento delle oscillazioni dei prezzi delle commodities ferrose. Importatore e aziende di diretto controllo statale, Sinosteel è già attiva in Africa con un progetto di sfruttamento del cromo e in India nel mercato core dell’acciaio, oltre ad aver firmato un memorandum d’intesa con la canadese Ditem Corporation per quanto riguardo l’uranio e la sua estrazione in Australia. Un player a tutto tondo attivo in uno dei mercati più fruttuosi e delicato, insomma. Tipica emanazione del governo cinese e della sua opacità, Sinosteel - attraverso il suo sito Internet - lo scorso anno ha presentato un aumento dei profitti di oltre l’80% non presentando però alcun riscontro o dato a conferma.

 

PetroChina è il gigante del petrolio, oggetto dell’interesse niente meno che di Warren Buffett prima che l’oracolo del capitalismo scaricasse le sue azioni poiché «disgustato» dall’attivismo dell’azienda in Sudan. La più grande delle tre aziende petrolifere cinesi, PetroChina lavora a livello integrato sia sul mercato del petrolio che del gas e le sue attività sono totali: dall’esplorazione fino alla raffinazione e distribuzione e può contare su riserve seconde soltanto a quelle di Exxon Mobil, una posizione dominante che le ha permesso il lusso di dire no alle avances di Shell che intendeva mettere sul mercato i suoi impianti offshore in Nigeria. Capace di capitalizzare 1 trilione di dollari, ora PetroChina ha avvisato il mercato riguardo la sua volontà di internazionalizzazione del business e delle attività: viste la crisi e le continue oscillazioni del prezzo del greggio, potrebbe essere davvero uno dei player del domani.

 

China Investment Corporation è il fondo d’investimento sovrano per antonomasia, creato con 200 miliardi di dollari pompati direttamente del governo cinese. Gestito da burocrati della Banca Centrale e uomini di punta del governo, il fondo non solo gestisce tutto ciò che stia sotto il cielo cinese ma ha investito all’estero nientemeno che in Morgan Stanley, di cui ha comprato il 10% per cinque miliardi di dollari, e anche nell’azienda di private equity americana Blackstone, operazioni che la crisi dei subprime ha reso meno fruttuose di quanto si aspettassero a Pechino e che quindi ora impongono nuove mosse per rifarsi di perdite e mancati introiti.

 

Lo scorso anno, in un roadshow a Londra per presentare il fondo, il numero uno Lou Jiwei ha detto chiaramente che il core business, ora, è quello dello shopping di prodotti finanziari e assets in Europa, al fine di creare un plusvalore per il rendimento delle riserve monetarie statali. Insomma, un fondo sovrano che si muove come un vulture fund.

 

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COMMENTI
22/12/2009 - Sono “partecipazioni statali” che conosciamo bene. (Giuseppe Crippa)

Caro Bottarelli, grazie per le informazioni su questi nuovi player globali di cui sentiremo presto parlare anche qui. Mi auguro che su queste pagine segua presto qualche riflessione su questo fenomeno, che personalmente non mi impaurisce dato che abbiamo già perso una buona parte della nostra indipendenza imprenditoriale per mano di multinazionali soprattutto americane. Incuriosisce anzi il constatare che il modello economico che si sta imponendo è di fatto quello delle “partecipazioni statali” inventato in Italia nel secolo scorso: modestamente, siamo sempre i primi… Fa paura invece vedere che la classe politica che detiene la proprietà delle società da Lei citate non sembra avere valori etici di riferimento, men che meno quelli marxisti, che peraltro valori non sono. Su questo punto l’opinione del professor Lao Xi sarebbe preziosa. Le rinnovo i miei auguri di Buon Natale!