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FAMIGLIA/ Il quoziente che mette Giavazzi al tappeto

Pubblicazione:venerdì 4 dicembre 2009

operaia_caldaieR375.jpg (Foto)

 

 

Purtroppo per me, direi di sì: la famiglia come luogo naturale di solidarietà dell’uomo. L’alternativa che mi sembra suggerita è quella di un paradigma individualistico, per cui i rapporti tra persone diventino di tipo concorrenziale. Rapporti concorrenziali anche dentro la famiglia, s’intende, non fuori di essa. Ecco perché le si rimprovera di non far lavorare le donne, o di alimentare un welfare parallelo a scapito di un welfare statale sviluppato. Ma l’alternativa al “familismo amorale” è che lo stato intervenga a fare il bene della gente. Mi viene in mente Tocqueville e la sua critica al potere che sapendo quale fosse il bene delle persone avrebbe finito - come è successo - per svuotarle del loro desiderio e della loro voglia di fare.

 

Ammetterà che se le donne stanno in famiglia lavorano di meno. O no?

 

Qui abbiamo in mente degli schemi un po’ rigidi. Che la donna acquisti sempre dignità e possibilità di realizzarsi è auspicabile e necessario. Che lo debba fare stando forzosamente in casa o forzosamente lavorando fuori casa, mi sembra una prevaricazione dispotica. Le donne, tutte le persone, devono poter avere la libertà di scegliere. Per me la famiglie è una società che deve avere la libertà di poter decidere l’offerta di lavoro complessiva, a prescindere da chi debba operare fuori casa o in casa. E non credo che questo lo si realizzi stabilendo ad esempio aliquote differenziate a seconda del sesso, ma considerando la famiglia finalmente come una società in cui due persone si sono messe assieme perché si vogliono bene, al punto da coinvolgere nel loro rapporto di solidarietà altre persone (i figli, i genitori, i fratelli, magari portatori di handicap ecc.) - senza che la loro scelta sia penalizzata.

 

Così veniamo al dunque: il problema fiscale.

 

La fiscalità deve riconoscere questa autonomia e questo spazio di operosità sociale. Il quoziente familiare può essere uno strumento in tal senso, si intende purché applicato con una scala di aliquote adeguata e con un reddito esente pro-quota non puramente simbolico. Il quoziente disincentiverebbe l’offerta di lavoro complessiva della famiglia? Io non lo credo se l’obbiettivo è l’offerta complessiva di lavoro della società-famiglia. Del resto la preoccupazione degli autori è che le donne vadano a lavorare fuori dalla famiglia.

 

Si spieghi.

 

Il quoziente può essere già implicitamente applicato nel caso di lavoro autonomo: marito e moglie fanno una società al 50 per cento e i redditi vengono divisi in due, a prescindere da chi effettivamente produce gli utili stessi. Se lo possono fanno i lavoratori autonomi, perché non possono farlo le famiglie con lavoro dipendente? Che a lavorare ci vada solo il marito o solo la moglie o più uno dell’altra, deve diventare irrilevante. Anzi: con il quoziente potrebbe addirittura incentivare la partecipazione al mercato del lavoro dei figli, perché il reddito col quoziente viene accumulato e diviso.

 

Può fare un esempio?

 

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COMMENTI
04/12/2009 - Le due facce della medaglia. (Francesco Prati)

Ritengo che i valori espressi dal docente Vernizzi siano condivisibili e corretti, ma non si può nascondere il costo che tali decisioni portano. In Italia, per radici e tradizione, la famiglia ha sempre svolto un ruolo chiave nella società e, agli innumerevoli benefici, si contrappongono aspetti negativi come una bassa meritocrazia, fino al punto che appartenere ad un "clan familiare" è più importante dei risultati ottenuti. So che il modello "made in USA" non è applicabile nella realtà italiana, ne desidero che lo sia, ma è importante conoscere i limiti del nostro sistema e professori come Giavazzi e Alesina sanno illustrarli in modo chiaro. In conclusione, avere una famiglia in cui entrambi i coniugi lavorano può servire anche come "diversificazione del rischio", specialmente in periodi come questo, in cui è più facile perdere un lavoro, che trovarne un altro.