Economia e Finanza
venerdì 4 dicembre 2009
In Italia c’è troppa famiglia. Una sfera di rapporti troppo ristretti che provoca sfiducia verso l’esterno, che ostacola l’autonomia degli individui, anche economica; che sfavorisce la propensione al rischio e la meritocrazia. Ma soprattutto, non fa lavorare le donne. E tutti ne paghiamo le spese, in termini di produttività. Il modello sociale italiano centrato sulla famiglia, in altre parole, è responsabile dei ritardi del sistema paese.
È questa, in sintesi, la tesi che gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino hanno affidato al loro ultimo libro, “L’Italia fatta in casa”. Su di esso è già intervenuto l’economista Luigi Campiglio. Lo fa oggi Achille Vernizzi, docente di Statistica economica nell’Università di Milano.
Francesco Giavazzi, rileggendo le pagine di Alesina e Ichino, ricorre all’espressione che secondo lui è più emblematica del ruolo negativo della famiglia italiana: il “familismo amorale”. Non è un po’ troppo?
È un’interpretazione, e come tale è opinabile, com’è opinabile che il modello sociale italiano sia effettivamente centrato sulla famiglia, non sono un sociologo, non saprei dirle. Quello che è successo è che la famiglia bene o male in Italia ha tenuto e sta ammortizzando gli aspetti più pesanti della crisi. Io non lo vedo come un fatto negativo, anzi. Come possiamo dire che un altro sistema che avesse fatto a meno della famiglia ci avrebbe avvantaggiato? Mi sembra una lettura quantomeno controfattuale. Che in una realtà sussistano dei luoghi dove la solidarietà è vissuta e sperimentata, in tutte le sue implicazioni pratiche, per me non è un male. Come si fa a sostenere che una società polverizzata, costituita da atomi individuali sia meglio? Ci sentiamo davvero di sostenere che società di alcuni paesi nordici sono migliori della nostra?
“Il costo maggiore di una società centrata sulla famiglia - dice Giavazzi nel suo articolo - è il peso straordinario che incombe sulle donne”. È un bene - si chiede - che tante donne intelligenti scelgano il part-time o abbandonino una prospettiva professionale per dedicarsi alla casa e alla famiglia?
Qui si tratta di capire cosa intendiamo per famiglia e cosa vorremmo che fosse. In un modo o nell’altro un modello di riferimento uno se lo sceglie, magari partendo dalla propria esperienza e chiedendosi quali siano tutti i fattori in gioco che incrementino effettivamente la propria e l’altrui umanità, senza trascurane nessuno, come la Caritas in Veritate mi sembra continui ad insistere. Ognuno di noi potrebbe liberamente sostituire la realtà vera con quella che vorrebbe, e rimproverare la prima di non essere come la seconda, ma con quali risultati effettivi? Lo abbiamo già fatto con la finanza astratta dall’economia reale, vogliamo continuare con questo metodo disastroso?
Dunque il dato di esperienza da cui parte lei qual è? Quello “incriminato”, vien da supporre.
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Ritengo che i valori espressi dal docente Vernizzi siano condivisibili e corretti, ma non si può nascondere il costo che tali decisioni portano. In Italia, per radici e tradizione, la famiglia ha sempre svolto un ruolo chiave nella società e, agli innumerevoli benefici, si contrappongono aspetti negativi come una bassa meritocrazia, fino al punto che appartenere ad un "clan familiare" è più importante dei risultati ottenuti. So che il modello "made in USA" non è applicabile nella realtà italiana, ne desidero che lo sia, ma è importante conoscere i limiti del nostro sistema e professori come Giavazzi e Alesina sanno illustrarli in modo chiaro. In conclusione, avere una famiglia in cui entrambi i coniugi lavorano può servire anche come "diversificazione del rischio", specialmente in periodi come questo, in cui è più facile perdere un lavoro, che trovarne un altro.
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