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ALTA VELOCITA’/ Ma quanto ci costano i treni veloci?

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Sulla stampa è apparso che il presidente Obama era entusiasta dell’Alta Velocità europea. Ma il suo piano (cui lo scrivente ha dato un minuscolo contributo) parla un linguaggio diverso: su 785 miliardi di dollari di sostegno federale alla ripresa economica, solo 13 sono per le ferrovie, comprese quelle esistenti. La motivazione? “Le analisi costi-benefici non sono soddisfacenti”. Da noi nemmeno si fanno.

 

La questione dei costi merita una breve analisi sulle cause di tali costi: l’assenza di competizione. Gli affidamenti (molto “chiacchierati”) sono stati dati a trattativa privata due giorni prima che scattassero gli obblighi europei di fare gare internazionali. “Errare umanum, sed perseverare diabolicum”: le ferrovie alcuni anni fa, per le tratte Milano-Venezia e Milano-Genova, avevano dichiarato che conveniva nettamente pagare le penali e rimettere in gara gli affidamenti.

 

Il governo di allora si dichiarò d’accordo. Il governo successivo, di centrodestra, cioè in teoria favorevole alla competizione, riaffidò gli appalti agli stessi soggetti. Questo balletto continuò nei cambi di governo successivi, e oggi di gare ovviamente non si parla più.

 

Che cosa si dovrebbe fare? Innanzitutto spostare le risorse pubbliche dove davvero servono, cioè dove c’è il 75% della domanda di trasporto (con relativi costi per imprese e famiglie, congestione e inquinamento): nelle aree metropolitane, con opere “di grana fine” e di manutenzione, che tra l’altro creano molta più occupazione e molto più in fretta.

 

In secondo luogo aumentare da subito la competizione nei servizi di trasporto, ferroviari e non: rimettere in gara i trasporti regionali su ferro (esclusi da questo obbligo da una recentissima legge, sempre fatta da un governo pro-concorrenza), privatizzare l’inefficientissimo trasporto merci, e, per le infrastrutture ferroviarie, potenziare e velocizzare le linee esistenti con massicce iniezioni di tecnologia, che, oltre a costare molto meno, hanno impatti sullo sviluppo industriale e sull’ambiente certamente più favorevoli del cemento.

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