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UNICREDIT/ Lo "strappo" di Cariverona e i problemi sul tappeto

La crisi di Unicredit, che sta cercando di digerire gli asset tossici incorporati in giro per l'Europa sembra non aver fine. E, al di là delle facili accuse mosse ai media, sta montando la sensazione che qualcosa di poco chiaro stia accadendo. Gianluigi Da Rold legge in alcuni fatti particolari le anomalie della situazione

Unicredit_insegnaR375_30sett08.jpg (Foto)

Saranno anche “terroristici” (come dice qualcuno) gli articoli dei giornali e le informazioni televisive, ma è veramente difficile credere che la ragione di questa crisi vada attribuita ai media. Anche senza informazione e comunicazione, ci si può limitare a guardare i listini di Borsa e si può percepire facilmente il nervosismo generale che accompagna in questo momento la situazione del sistema finanziario e bancario. Ci sono le denunce pubbliche, come quella diretta dall’editore Fiorenza Mursia al presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, che aveva affermato in un’audizione davanti al Senato che al momento «non si assiste a politiche creditizie restrittive come invece si inizia ad avvertire all’estero».

In altri termini, l’Italia resta una eccezione virtuosa nel contesto mondiale. Fiorenza Mursia contesta duramente questa analisi di Catricalà e consegna a Il Riformista una lettera che si merita questo titolo d’apertura del giornale “Strozzati dalle banche”. Nello stesso giorno il ministro dell’ Economia, Giulio Tremonti, appare sul Corriere della Sera con una lunga e nitida analisi sulle quattro patologie negative dell’attuale capitalismo e sui “sette mostri” di una sorta di videogame impazzito, metafora della finanza mondiale cresciuta in quei ultimi anni. Il settimo “mostro” è rappresentato dai cosiddetti “derivati”, di cui due commentatori economici di grande prestigio, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, hanno da tempo tessuto le lodi e la banca più internazionalizzata del Paese, Unicredit, ne ha indubbiamente partoriti molti e ora ne soffre la digestione nella sua pancia. Basterebbero questi raffronti, tra commentatori, analisti, clienti di banche e ministro, per comprendere, che anche in un’Italia, in parte al riparo dalla crisi internazionale, c’è una grande confusione sotto il cielo e non è detto che in questo caso “tutto va bene”, come riteneva Mao Tze Tung. In realtà i riflessi della crisi finanziaria mondiale ci sono anche nel nostro Paese e si concentrano soprattutto sui grandi gruppi del sistema bancario. Se le medie banche territoriali sembrano avere gli anticorpi necessari per evitare il credit crunch e rispondere alla crisi, i grandi gruppi sembrano al momento muoversi con molta circospezione e qualche incertezza. Di fronte al cosiddetto decreto salva-banche per ricapitalizzare i patrimoni e far diventare migliore il famoso coefficiente “Tier 1”, ci sono posizioni sfumate: Montepaschi di Siena si è dimostrato d’accordo, Intesa San Paolo è su una linea costruttiva di accettazione più sfumata, Unicredit appare piuttosto defilata e anche un po’ tergiversante, se ci è concesso l’aggettivo.

Questo è il quadro complessivo, che non è creato artificiosamente da media che si barcamenano. Poi, in questo momento c’è la situazione di Unicredit che appare un po’ più confusa e su cui le interpretazioni si sprecano. Ma anche in questo caso sembra difficile dare la colpa ai media. Non è un mistero che il titolo Unicredit, alla fine del 2008, abbia perso il 75 per cento del suo valore e abbia rappresentato un colpo di credibilità a chi abbia individuato nel “creare valore” una nuova filosofia di fare banca. Ci sono alcune date che dimostrano un autentico avvitamento della banca di piazza Cordusio. Il 5 ottobre 2008 si svolge un consiglio di amministrazione straordinario, che segna il momento più drammatico della crisi. E’ una domenica, dove si decide un aumento di capitale di oltre tre miliardi di euro. Si impegnano a sottoscriverlo le grandi Fondazione socie di Unicredit e si affacciano dei nuovi soci, come i Fondi sovrani della Libia, addirittura con una iniezione del 5 per cento del capitale della banca. In più, mentre si immaginano scenari di nuove fusioni (addirittura Unicredit con Mediobanca e Generali), piazzetta Cuccia si impegna a garantire la sottoscrizione. Intanto si parla di decreto salva-banche, ma a piazza Cordusio si fa notare che una realtà come Unicredit è in grado di risolvere i suoi problemi senza ricorrere all’aiuto dello Stato.

In seguito accadono altre cose e una di particolare importanza. C’è un grande socio di Unicredit, la Fondazione Cariverona, azionista di riferimento ufficialmente con il 5 per cento, che comincia a defilarsi e il personaggio più rappresentativo di quella realtà, Paolo Biasi, si chiude nel consueto silenzio, in modo più marcato del solito. Alla vigilia di Natale, Cariverona incrementa il suo pacchetto di azioni in Mediobanca arrivando al tre per e mezzo per cento, poi in una ridda di voci incontrollate prende la distanze dalla governance della banca, soprattutto dal presidente, il tedesco Dieter Rampl (anche se c’è chi afferma che l’attacco è diretto all’amministratore delegato Alessandro Profumo).

Dopo un gennaio ancora cupo per tutti i mercati del mondo, con Unicredit che arriva, in certi momenti, a scendere al di sotto dei minimi di autunno, e alla vigilia della sottoscrizione dell’aumento di capitale, Cariverona non approva l’aumento. Non solo. Cariverona aumenta la sua quota in Unicredit, arrotondandola dal 5 a più del sei per cento, e criticando il fatto che, per il 2008, i dividendi non saranno corrisposti cash. Mentre avviene tutto questo, il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, espressione della Fondazione Crt e personaggio che sa “navigare” e capisce di politica, comincia a scandire i passi di una strategia prudente, dove non sono previsti “capri espiatori” nella governance e dove si tenta di togliere la banca da uno stato di “fibrillazione continua”. Palenzona esce chiaramente allo scoperto in occasione del World Economici Forum di Davos, dove afferma che sia il comitato nomine di Unicredit che il consiglio di amministrazione deve anticipare l’indicazione delle nomine in vista dell’ assemblea del 29 aprile e che sia Rampl che Profumo devono essere riconfermati.

Forse sta in questa dichiarazione lo “strappo” che matura “nel silenzio” minaccioso di Paolo Biasi, fino alla comunicazione di respingere la sottoscrizione dei famosi cashes per l’aumento di capitale della banca. Alla fine, anche di fronte alla defezione di Cariverona (con gli applausi del sindaco leghista Flavio Tosi), l’aumento di capitale si realizza lo stesso con l’intervento dei nuovi soci libici. Poi, in rapida sequenza, il comitato nomine approva la conferma della vecchia governance di Unicrediti il lunedì, e la stessa cosa fa il consiglio di amministrazione il giovedì successivo.

Tutto a posto? Partita finita? Gli interrogativi rimangono perché l’azionista di riferimento di Unicredit, la Fondazione Cariverona, ha con il suo “strappo” posto due problemi sul tappeto. Il primo riguarda i rapporti tra banche e Fondazioni, il secondo perché è abbastanza complicato in una grande banca registrare il dissenso dell’azionista di riferimento verso la governance.

L’impressione è che, sperando in una via d’uscita da una crisi che si rivela sempre più grave, anche i conti di Unicredit si sistemeranno definitivamente solo con l’assemblea di fine aprile. Quindi la partita non sembra affatto terminata. E anche questo non appare una colpa dei media che cercano di comprendere questo spesso strato di opacità finanziaria.

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