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Economia e Finanza

CRISI/ 2. Italia, “Giappone” d’Europa?

Le impressionanti analogie, sia pure in proporzioni diverse e a distanza di tempo, tra il paese del Sol levante e l’Italia. Il debito pubblico, il ruolo dell’export, lo scontro sul salvataggio delle banche. E il ruolo, che hanno avuto e che potrebbero avere, gli stimoli fiscali

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C’è, da sempre, una strana somiglianza tra Giappone ed Italia, fatte le debite proporzioni. Sono, innanzitutto, i due paesi più longevi del pianeta. Dividono un record ambito, quello della maggior propensione al risparmio, ed uno negativo: il maggior debito pubblico rispetto al Pil. Per più di trent’anni, poi, Italia e Giappone sono state giudicate alla stregua di “società bloccate” dal punto di vista politico: un partito di maggioranza al governo, sempre quello, diviso tra correnti e sottoposto alle pressioni di lobbies potenti. Oggi le cose sono cambiate: il Giappone, infatti, non ha ancora trovato il suo Berlusconi. Ma, in compenso, l’aria di Roma ha giocato un brutto scherzo al ministro delle Finanze, che ha ceduto, si sa, alla tentazione di un buon bicchiere...

Certo, non è il caso di esagerare con le suggestioni. Ma resta il fatto che il Giappone, con la sua crescita industriale prodigiosa nel dopoguerra, combinato con la sua straordinaria vocazione all’export, riproduce in scala maggiore molti pregi e ancor più molti difetti del Bel Paese. Di qui una domanda: la crisi che ha colpito Tokyo all’inizio degli anni Novanta e che si ripropone oggi in maniera ancor più tragica, può insegnarci qualcosa? Oppure il mondo, Italia compresa, è condannato a ripetere il dramma del Giappone? Nulla è scontato, sotto i cieli della crisi. Ma non sarà facile evitare gli errori dei samurai. E vediamo perché.

Innanzitutto, la crisi attuale, ovviamente collegata al collasso dell’economia globale, trova una spiegazione nel modello di sviluppo dell’economia giapponese, in pratica cresciuta solo grazie all’export che, nel 2008, rappresentavano addirittura il 18 per cento del prodotto interno lordo: il crollo della domanda internazionale, soprattutto nelle aree forti dell’export (auto ed elettronica), ha avuto un impatto immediato. Basti dire che negli ultimi tre mesi il calo del Pil è stato del 3,3 per cento, il dato peggiore da 35 anni a questa parte. La soluzione, a questo punto, sembra scontata: accrescere i consumi interni. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Nel corso degli anni Novanta, è bene ricordarlo, il Giappone cercò di stimolare la domanda interna con grandi investimenti pubblici. Il risultato? La desertificazione del paese, accompagnata dall’esplosione del debito pubblico. Il tutto tra gravi inefficienze e sostegno alle aree meno efficienti dell’economia locale. Errori che l’Italia conosce benissimo...

In realtà, oggi sia il Giappone che l’Italia non possono illudersi di uscire dalla crisi grazie all’export: Toyota sarà per molti anni l’azienda leader delle quattro ruote, così come la moda italiana godrà sempre di una posizione di eccellenza. Ma non basta aver un negozio ben fornito, a prezzi convenienti, se mancano i clienti. E l’Occidente indebitato, non promette nulla di buono per i prossimi anni. Nè gli Emergenti hanno la forza per sostituire gli Usa quale motore dell’economia. La lezione giapponese, perciò, si ripropone in condizioni ben peggiori. Ma val comunque la pena di studiare i rimedi, giusti e sbagliati, del decennio perduto da Tokyo. Con una guida d’eccezione, quella di Richard Koo di Nomura che a quella crisi ha dedicato preziosi lavori. Per prima cosa, ammonisce Koo, sbaglia chi sostiene che gli stimoli fiscali adottati da Tokyo non sortirono alcun beneficio. Al contrario. Grazie allo sforzo delle finanze di Tokyo (fino al 20 per cento del Pil) il Giappone ha evitato il baratro del collasso finanziario. Al contrario, quando nel 1997 il governo Hashimoto tentò di ridurre il deficit fiscale l’economia rischiò il tracollo.

Non fu, come abbiamo visto, uno sforzo particolarmente virtuoso. Molti quattrini finirono a sostenere situazioni insostenibili, riducendo la base produttiva interna. La realtà è che, così come accade oggi negli Usa ed in Europa, sulle scelte del paese pesarono due forze contrapposte: l’ostilità dell’opinione pubblica a “salvare le banche”; la forza, sull’altro versate, delle lobbies che hanno impedito la nazionalizzazione delle banche. Tutto questo si è tradotto in una perdita di tempo, materia prima preziosa in questi casi. Saprà far meglio l’Occidente, gli Usa in particolare? L’azione finanziaria è stata più aggressiva e decisa. Ma dal punto di vista della fiscalità, la risposta lascia a desiderare. A Tokyo come a Roma. Il che non è una bella notizia vista la gravità della crisi: a differenza che negli anni Novanta, oggi occorre una risposta comune perché, ripetiamolo, non ci sono locomotive in giro. E il calo dei tassi minaccia di seppellire il pianeta sotto un mare di liquidità. Con un risultato: la famosa trappola della liquidità quando l’offerta di moneta, lungi dallo stimolare l’economia, ha avuto l’effetto di una corda spinta nell’acqua.

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