BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

DAVOS/ Va in scena lo strano caso del dott. Jekyll e del signor Hyde

I grandi delle economie mondiali al Fourm di Davos mostrano le loro incertezze, schiacciati tra le necessità di una strategia globale e trasparente e le tensioni interne di una economia reale sempre più rischia di pagare un prezzo altissimo per la crisi

davos_R375.jpg (Foto)

C’è qualche cosa di grottesco nei titoli dei giornali che riportano le battute finali del World Economic Forum di Davos sulle Alpi svizzere. Si parla coralmente, da parte degli intervenuti (che sono tutti protagonisti mondiali della politica, dell’economia e della finanza) di un “no” al protezionismo, un “no” all’autarchia, quindi un “no” all’intervento dei singoli stati nazionali sulla loro economia nell’era della globalizzazione e del mercato globale. Mentre si sentono questi commenti, arrivano le immagini televisive dalla Gran Bretagna, dove cittadini inglesi protestano contro lavoratori italiani e rivendicano un “posto di lavoro inglese per lavoratori inglesi”.

 

Nel freddo e anonimo palazzetto di Davos Platz, dove si svolge questo summit mondiale da quasi 25 anni, gli oratori che si alternano ai microfoni sembrano una riedizione moderna del grande romanzo di Robert Louis Stevenson Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

 

Come fa il premier inglese, Gordon Brown, a chiedere un coordinamento mondiale contro la crisi, quando nel Lincolnshire ci sono quelli che fanno manifestazioni tipicamente antiglobal? Come può immaginare che, nella stessa Europa, ci sia una reazione “europea” quando a Londra si nazionalizzano banche a raffica, come anche in altri Paesi del continente, mentre in altri si discute invece di ricapitalizzazioni “a tempo” da parte dello Stato? Naturalmente, a livello solamente europeo, nessuno parla neppure più di Fondi sovrani dell’Europa, almeno per gareggiare in uno schema democratico di economia globale la forza di Fondi sovrani che di democratico hanno veramente poco, per la loro opacità.

 

Ma se il premier britannico è apparso il più spiazzato, lo stesso ragionamento vale per molti altri protagonisti, che si contorcono tutti nell’ipotizzare in quali settori industriali intervenire per affrontare un crack che è davanti agli occhi di tutti e che è stato procurato da una follia finanziaria che ha caratterizzato gli ultimi venti anni del mondo occidentale. Tutti sanno (basta rileggersi un po’ di storia del Novecento) che il protezionismo a volte può essere “un’arma fatale”. Tra le origini della seconda guerra mondiale occorre mettere sul conto anche quello, dopo la follia dei Trattati di Versailles, che solo John Maynard Keynes, tra gli economisti, ebbe il coraggio di condannare.

 

Ma l’umanità ha il brutto vezzo di apprendere lentamente, oppure di dimenticarsene presto, le dure repliche della storia. Tuttavia il problema non dovrebbe essere quello di mettere sotto accusa solo il protezionismo “prossimo venturo”, ma le tappe ossessive e forzate di una globalizzazione cavalcata con molta irresponsabilità e architettata con una finanza che ha imposto un nuovo totem: il debito, sistematico, programmato nelle banche d’affari.

 

Ora sembra che tutti riescano, parzialmente, a rendersene conto. Ma con una prudenza e con tanti distinguo niente affatto convincenti. E’ certamente vero che ci sono buoni prodotti finanziari. E’ vero, e necessario, trovare un bilanciamento migliore delle attività bancarie. E’ altrettanto riconosciuto che bisogna mettere fine al “supermarket” finanziario e bancario. Ma la discontinuità, tra quello che è accaduto e quello che va affrontato, deve essere netta. Non si può creare polveroni lobbistici. L’esempio viene da quello che accadde in Giappone, quando il lobbismo delle banche difese a spada tratta l’establishment nazionale, nelle sue attività e nei suoi uomini, procurando così al Paese un decennio di lenta depressione.

 

E’ vero che bisogna essere ottimisti e guardare il positivo. Ma a patto che lo si faccia dopo un “bagno” di un sano realismo, di una presa d’atto della realtà di questi anni, che non ha portato alla fine del capitalismo, ma alla più grande manipolazione del mercato da parte della finanza. Guarda caso, il mercato, gli operatori, le persone colgono bene questo aspetto. Lo si è visto nella scorsa settimana, quando le Borse di tutto il mondo hanno reagito bene, con rimbalzi impensabili, di fronte all’ipotesi della cosiddetta bad bank sia negli Stati Uniti che in Europa. Che cosa vuole dire sostanzialmente costituire la bad bank, la “banca dei titoli tossici”? Al di là dei suoi aspetti di ripulitura dei bilanci degli intermediari finanziari e quindi nazionali, c’è un aspetto di chiarezza realistica sull’entità del danno e degli ideologi che lo hanno procurato. E’ solo questa chiarezza, l’esatto contrario di questa, attuale e perdurante, opacità che può garantire un rilancio economico nei prossimi anni. Altrimenti, la sensazione è che non si vada da nessuna parte. E la sensazione che si ricava dal “festival di Davos” è proprio questa voglia di opacità.

 

Si diceva qualche mese fa, nel momento in cui è scoppiata la crisi, che la vera necessità era quella di comprendere che ci si trovava non solo di fronte a una crisi finanziaria ed economica, ma a una profonda crisi antropologica. La fuga dalla realtà e le sirene della finanza sono forse solo un epifenomeno di fronte allo “sballo generale” di accumulare subito ricchezza, valore, l’ideologia del soldi che fanno soldi, con un’ impresa deresponsabilizzata e una generalizzata caduta della passione del lavoro. Il problema è complessivo, non riguarda solo i protagonisti della politica, dell’economia e della finanza. Davos, paradossalmente, poteva servire a un generale e più profondo ripensamento di quello che è avvenuto in questi anni.

 

All’apertura del World Economic Forum, quasi tutti gli inviati di giornali e televisioni hanno citato l’ambiente e il posto che ispirò il grande libro di Thomas Mann Der Zaubelberg, in italiano La montagna incantata. Ma quella citazione si può prendere anche dai depliant turistici di Davos. Sarebbe stato meglio ripercorrere a grandi tratti la vicenda del libro, individuarne l’affresco drammatico della crisi della cultura europea dell’epoca, tra il radicalismo di Naptha e l’utopismo di Settembrini, l’ambiguità di madame Chauchat e i sogni di Hans Castorp. Se si guardasse oggi a quelle figure e si paragonassero ad alcuni protagonisti della nostra società politica, finanziaria ed economica, potremmo avere la migliore analisi della crisi antropologica che viviamo. E forse troveremmo anche maggior forza per ritrovare la strada del buon senso, e del realismo.

© Riproduzione Riservata.