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UNICREDIT/ Cosa riserverà il futuro alla banca di Profumo?

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Sarà marzo il mese quello in cui dovrebbero entrare in azione i cosiddetti “Tremonti bond”, in grado di ricapitalizzare a tempo il patrimonio delle banche italiane.

 

Con i “chiari di luna” che si vedono in tutta Europa (adesso è la Germania a riscoprire la nazionalizzazione delle banche dopo la Gran Bretagna di Gordon Brown), alla fine la situazione italiana sembra la sola ispirata a un appoggio temporaneo dello Stato, quindi mantenendo un carattere liberale, in un periodo dove tutti riscoprono, un po’ a vanvera, “l’interventista” John Maynard Keynes.

 

È auspicabile che per il sistema bancario italiano non ci sia bisogno di interventi più massicci e più invadenti. Una riposta al proposito potrebbe venire (almeno con indicazioni di massima) dal Forex di quest’anno, in programma domani a Milano, dove interverrà anche il Governatore di Banca d’Italia, Mario Draghi. È evidente che non sarà un Forex ritmato sulle ali dell’entusiasmo e sarà anche problematico per un altro relatore di peso, l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo.

 

In questo momento è proprio la banca di piazza Cordusio la più esposta ai venti della grande crisi finanziaria internazionale e globale. Il ripensamento sul modo di fare banca, tardivo, sta toccando tutti i palazzi del potere finanziario mondiale, anche perché tutte le ipotesi di ripulitura dei bilanci dalle attività cosiddette “tossiche” si rivelano sempre problematiche.

 

Si pensi solamente a quanto è discussa l’ipotesi della “bad bank”, che forse da un lato spaventa perché si farebbe il calcolo esatto (non la stima) delle “tossicità” e dall’altro si dovrebbe spulciare con grande serietà e coscienza nei bilanci, che sono sempre oggetto di opinioni diverse e di discussioni accanite.

 

Si deve aggiungere che c’è anche un attimo di scoramento e perplessità, da l’una e l’altra sponda dell’Atlantico, di fronte all’inadeguatezza dei grandi interventi già operati dai Governi. Forse ci si era illusi che il momento cruciale e drammatico della crisi (quella attribuita principalmente ai subprime) fosse coinciso in Europa con l’autunno del 2008, cioè con il primo (ormai) grande ribasso dei valori sui mercati.

 

Ma mentre manca un mese alla fine del’inverno 2009, è arrivata un’altra “botta” che ha accumulato alle

perdite dell’anno appena concluso, le perdite di solo un mese e mezzo di sedute. Unicredit l’anno scorso ha perso il 75% del suo valore. Dall’inizio dell’anno ha accumulato altre perdite, su un valore già basso, di un altro 35%. Il dato di fatto complessivo e anche avvalorato dall’opinione degli analisti, è che Unicredit paga oggi una serie di mosse del recente passato che erano state invece apprezzate da tutta la comunità finanziaria mondiale, tranne alcune pochissime eccezioni.

 

Unicredit in realtà soffre solo di rimbalzo, come tutti, la crisi dei subprime. Cioè l’apertura della recessione mondiale. Per Unicredit c’è qualche cosa in più, cioè il suo modo di fare banca, che è letteralmente franato con questa crisi. Banca internazionalizzata, grande banca delle aggregazioni per eccellenza, banca in espansione e che punta ai nuovi mercati dell’Est, cosiddetti emergenti, banca che ci ha messo del suo nella nuova frontiera della cosiddetta “finanza innovativa”, che si traduce in uno dei “mostri” tremontiani, cioè i “derivati”.

 

Inutile insistere su questa analisi, su cui l’amministratore delegato Alessandro Profumo ha già fatto una coraggiosa autocritica nel “gelo di Borsa” dell’ottobre scorso e nella riflessione complessiva della governance, che probabilmente guarderà in futuro meno al “roe” e più alla stabilità. Ma certo oggi occorre guardare a quello che accaduto in queste ultime settimane, al perché di certe defezioni avvenente all’interno della banca e alla oggettiva capacità di affrontare il futuro.

 

Alcuni analisti, non solo le cose scontate che spara l’Agenzia Moody’s quando sono sulla bocca di tutti, sono addirittura scettici sulla tenuta di Unicredit. La valutazione fatta dai broker è che sui cento miliardi erogati nell’area dell’Europa dell’Est, la banca di piazza Cordusio possa essere esposta per circa 7 miliardi di euro di crediti molto problematici.

 

È giusto che questa stima dei broker non diventi un “titolo sparato”, di carattere terroristico e in questo caso con una vocazione da avvoltoi, ma è anche legittimo porsi il problema, perché l’ultima settimana, questa settimana, Unicredit si è avvitata in un ribasso che l’ha portata alla soglia di valore di un euro (ieri è andata sotto di due centesimi), cioè a un valore che può corrispondere a quello di metà anni Ottanta, quando ancora si discuteva delle privatizzazioni.

 

È evidente che in questo quadro problematico si siano creati “problemi dialettici” all’interno di Unicredit e ci sia stata la defezione, improvvisa ma anche cautelativa, della Fondazione Cariverona di Paolo Biasi, che rimane ancora l’azionista di riferimento della banca di Piazza Cordusio. Biasi non ha fatto “capricci”, come sembrava da alcune articolesse di settimana scorsa, ma dei brutali calcoli che si basavano su dividendi che non affluivano nelle sue casse, su un aumento di capitale che può rivelarsi, insufficiente, su un futuro che può essere ancora accidentato e, fin che non si trovano soluzioni efficaci, carico di rischio.

 

Non può essere questo il ruolo di una Fondazione e quindi oggi, alla luce del valore che Unicredit ha sul mercato, si comprende meglio sia l’atteggiamento di Biasi, sia l’intervento del sindaco di Verona, il leghista Flavio Tosi, che ha sentenziato: «È meglio che questi soldi rimangano sul territorio».

 

Questa in sintesi è la vera ragione per cui, con una mossa certamente non simpatica, alla vigilia dell’aumento di capitale, la Fondazione Cariverona ha rifiutato di sottoscrivere cinquecento milioni di cashes, lo strumento scelto per il grande aumento di oltre tre miliardi di euro.

 

Alla fine, con le notizie che arrivano da Piazza Affari e con le analisi che “piovono” sullo stato delle economie dell’Est, ci sono ragioni più valide che i cosiddetti “temperamenti diversi” tra Paolo Biasi e Fabrizio Palenzona, oppure le ragioni di una richiesta di discontinuità nella governance con la “testa” del presidente Dieter Rampl.

 

È bene avvertire, proprio in un momento come questo, che i depositanti e i clienti di Unicredit non rischiano assolutamente nulla ed è pure confortante constatare che l’aumento di capitale sia andato in porto nei tempi prefissati con l’intervento di nuovi soci, i libici e il Fondo di Abu Dhabi.

 

Tuttavia è necessario guardare al futuro, fin dai prossimi giorni. Non ci può limitare a una conferma della governance per la prossima assemblea del 29 aprile, sperando che finisca la “fibrillazione” nella banca. Non ci si può limitare a tranquillizzare tutti, pensando all’aumento di capitale avvenuto e ai nuovi soci che sono arrivati. C’è la necessità per Unicredit di riconquistare la fiducia del mercato in un momento difficilissimo. C’è la necessità di ripulire i bilanci che contemplano le attività nell’Est Europa così come tutte le eventuali “tossicità”. C’è infine la necessità di un rapporto costruttivo con la Banca d’Italia e ministero dell’Economia.

 

Una grande banca come Unicredit non può perdere 40 centesimi in cinque sedute di Borsa e trovarsi adesso con un valore del titolo che è inferiore a quello del Monte dei Paschi di Siena.

 

P.s. Mi scuso per il mio schematismo giornalistico. E accetto la critica inviatami da un lettore via eMail. E’ vero, è sbagliato paragonare il valore della capitalizzazione di una banca come Unicredit con quella di Monte dei Paschi di Siena in base al valore di una singola azione. Me ne scuso, oltre che con Unicredit, anche con i lettori se ho ingenerato un equivoco in un momento così delicato. Gianluigi Da Rold



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