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DILEMMI/ Come misurare il benessere di un Paese senza usare il Pil?

Se da molte parti viene criticato l’uso del Pil come misurazione dello stato di un’economia, c’è da chiedersi quale sia lo strumento più adatto a farlo

Salita_EuroR375_20nov08.jpg (Foto)

La scorsa settimana Il Corriere della Sera sottolineava come, anche per effetto della crisi internazionale, da più parti si stiano sollevando critiche più o meno rilevanti all’utilizzo del Pil come metodo di misurazione dello “stato” di una economia.

 

Può sembrare un esercizio un pò sfrontato e quasi scorretto criticare uno strumento di misurazione proprio quando questo fornisce una fotografia dell’economia mondiale impietosa alle prese con la più grande crisi dal dopoguerra a oggi.

 

Addirittura si potrebbe pensare che dietro queste critiche ci potrebbe essere un tentativo di nascondere la realtà utilizzando metodi di misurazione che possano fornire un quadro più roseo della situazione economica. Purtroppo esempi in questo senso non mancano. All'inizio del 2007, in Argentina, a seguito della diffusione di dati relativi all'inflazione superiori alle previsioni, il governo ha sostituito il responsabile dell'indice nazionale dei prezzi presso l'istituto nazionale di statistica con una persona direttamente proveniente dal ministero dell'economia. Dopo pochi giorni è stato pubblicato un “nuovo'” indice dei prezzi al consumo, elaborato con una “nuova'” metodologia che sorprendentemente riportava le stime dell'inflazione in linea con le previsioni governative.

 

In realtà le critiche di cui sopra sollevano un problema grande che è spesso tenuto in scarsa considerazione. Il problema è riassumibile nel seguente paradosso: è evidente a tutti che l’economia svolge un ruolo estremamente rilevante nella vita quotidiana di tutti noi e la crisi economica internazionale non fa che confermare questa osservazione. È altrettanto evidente che l’economia investiga un fenomeno complesso e variegato, che risulta molto difficile da decifrare ed interpretare.

 

Tuttavia è sorprendente come, quando si tratta di misurare i fenomeni economici, ci “accontentiamo” di pochi semplici indicatori quali ad esempio il Pil o il tasso di inflazione. È chiaro che questi indicatori non possono che fornire un quadro parziale e spesso incompleto della realtà economica che ci circonda. Quante volte abbiamo lodato ripetutamente la forza economica degli Usa che hanno mostrato una crescita del Pil maggiore degli altri paesi avanzati. Ora ci rendiamo conto che nello stesso periodo di tempi gli Usa hanno anche creato un gigantesco debito di cui osserviamo le negative conseguenze.

 

Negli ultimi anni sono stati fatti molti tentativi per allargare la misurazione del fatto economico di modo da considerare altri elementi oltre a quello eminentemente produttivo catturato dal Pil. Ad esempio le Nazioni Unite (in particolare lo Undp) elaborano da anni l’Indice di Sviluppo Umano calcolato come media ponderata tra Pil pro capite, aspettativa di vita alla nascita e un indice di educazione (tasso di analfabetismo e media del livello di istruzione). Nonostante la sua maggiore complessità anche questo indice fornisce una visione parziale del fenomeno economico. Nella fattispecie il paese europeo caratterizzato dal maggiore valore dell’indice di sviluppo umano è l’Islanda, un paese virtualmente fallito, tra i maggiormente colpiti dalla crisi.

 

Un altro approccio cerca di dare risalto a misurazione maggiormente “soggettive” ovvero relative alla percezione che il singolo soggetto ha della situazione economica. Ad esempio la World Values Survey, condotta in tantissimi paesi al mondo, fornisce statistiche sul grado di soddisfazione espresso dai cittadini in relazione alla propria vita. Anche questi dati non sono scevri da problematiche: secondo le indagini più recenti i cittadini più soddisfatti d’Europa risultano essere gli svizzeri e gli islandesi, statistica che contraddice quella relativa ai maggiori tassi di suicidio rilevati in questi paesi rispetto agli altri paesi Europei.

 

Gli esempi qui riportati suggeriscono come non via sia lo strumento perfetto per misurare il fenomeno economico. La ragione è semplice: l’economia, come le altre scienze sociali, studia il comportamento delle persone e come tale è l’oggetto stesso dello studio a essere non misurabile e irriducibile a categorie predeterminate.

 

Ciò tuttavia non significa che dobbiamo rinunciare alla misurazione del fenomeno economico, anzi proprio la crisi attuale suggerisce che le aree dell’economia che non conosciamo a fondo sono ancora molto grandi.

 

Quello a cui dobbiamo rinunciare è alla pretesa di misurare un fenomeno complesso utilizzando solo alcuni semplici indicatori. Sotto questo profilo è richiesto uno sforzo in primo luogo culturale anche da parte dei media affinché una migliore cultura economica passi anche da una discussione maggiormente approfondita di tutti i fattori in gioco.

 

La crisi internazionale sta sollevando problemi di amplissima portata ma anche di natura fortemente eterogenea. Non possiamo esimerci dal commentarle utilizzando tutti i possibili strumenti di misurazione e di approfondimento.

 

Questa è una sfida che ilsussidiario.net ha colto, ma che rimane un tentativo purtroppo abbastanza isolato a fronte della tendenza sempre più conclamata da parte dei media di preferire il sensazionalismo a una rappresentazione fedele e approfondita della realtà.

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COMMENTI
27/02/2009 - MISURARE L'ECONOMIA O IL BENESSERE ??? (antonio alberti)

Il problema non e' "MISURARE L'ECONOMIA" ma cambiare e migliorare i fattori che sono alla base dell'economia. In effetti oggi si ha solo una crisi del consumismo, non dell'economia intesa come benessere, un'inceppamento dei meccanismi su cui si e' basata finora la civilta' consumistica . Bisogna rendersi conto che il ciclo consumistico: consumare per produrre produrre per generare lavoro generare lavoro per avere i mezzi economici e poter cosi' consumare non solo e' fine a se stesso e non genera automaticamente benessere, ma ora non funziona piu' perche i mercati sono saturi ed il processo e' stato accellerato dalla economia cinese della produzione a basso costo che ha inondato i mercati. E' inutile, infatti, possedere un mare infinito di beni inutili e non durevoli; cio' serve solo a generare spazzatura ed a sprecare energia e materie prime. Ma allora cosa bisognerebbe fare. Se si producessero solo beni durevoli di alta qualita' si avrebbe : -durata decennale dei beni; -minore utilizzo di materie prime, minore utilizzo di energia nel tempo e minore lavoro occorrente nel tempo per produrre tali beni; -maggiore tempo libero e maggiore socializzazione tra gli individui; -dal risparmio energetico e delle materie prime scaturirebbe una maggior ricchezza intesa come benessere con minor lavoro. Certo e' difficile cambiare il nostro modo di vivere da consumistico a durevolistico, ma sono certo che la naturale evoluzione di questa crisi portera' a cio'. A. Alberti