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Economia e Finanza

STRATEGIE/ Se vogliamo più equità diamo più “potere” alle famiglie

Riconvertendo il sistema sociale secondo logiche famigliari (e non familiste) si potrebbero ottenere risultati di reale equità, modernizzando un sistema di welfare che appare superato

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Affrontare la crisi recessiva con le tradizionali armi welfariste non appare una strada convincente. Gli interventi governativi sui ceti disagiati (in questa direzione vanno il bonus famiglia e la social card) e sui lavoratori atipici (allargamento del sistema di ammortizzatori sociali) appaiono sicuramente utili e forse indispensabili per tamponare le situazioni più gravi.

 

Resta però aperto il problema più grave in prospettiva: quello delle famiglie di ceto medio con figli conviventi, esposte in maniera crescente a rischi di vario tipo e per questo sempre più vulnerabili, ma sistematicamente escluse da qualunque tipo di intervento, diretto o indiretto che sia, e spesso addirittura (e platealmente) penalizzate.

Il politologo Maurizio Ferrera, su Il Corriere della Sera del 1 febbraio, ha correttamente lamentato come la risposta alla crisi che sembra prefigurarsi nel nostro Paese non sia diversa da quella consuetamente utilizzata da decenni: scaricare sulle famiglie il peso principale del welfare (soprattutto in termini economici e assistenziali). Non a caso la modellistica internazionale dei sistemi di welfare parla dell’Italia come di un modello “familistico”.

Ferrera si è domandato in particolare: «Quale sarà l’efficacia e quali gli effetti distributivi di una risposta essenzialmente familistica alla crisi - la strada italiana - rispetto alle risposte basate invece sul welfare pubblico?». La risposta è ovviamente negativa: lasciare alle famiglie il peso della risposta ai bisogni economici e assistenziali delle persone, senza un adeguato supporto e senza interventi complementari, non può che generare squilibri sociali, disequità, conflitto.

Quel che non convince nella tesi di Ferrera è che vi sia un necessario dualismo tra famiglia e politiche di welfare pubblico. Tale dualismo esiste infatti soltanto là dove (come accade in Italia) le politiche sociali sono calibrate sulle necessità degli individui. Gli schemi assicurativi di tipo universalistico presenti nel nostro Paese (pensioni, assegni di invalidità e accompagnamento) sono di questo tipo, così come su base individuale è il prelievo fiscale (con le ben note distorsioni relative alla mancata considerazione di adeguate detrazioni per i carichi di cura).

Soltanto rompendo questa logica e riconvertendo il sistema sociale secondo logiche famigliari (e non familiste) si potrebbero ottenere risultati di reale equità, modernizzando un sistema di welfare che appare superato e riconsegnando alle famiglie la scelta di diventare soggetti attivi del welfare: non una scelta forzata e in perdita, come accade oggi, ma una scelta libera, che permetterebbe a chi volesse di trasformare la propria famiglia in una vera e propria “unità di offerta” di servizi sociali finanziata con fondi pubblici.

In questo senso si otterrebbe un “welfare pubblico basato sulla famiglia”, superando di fatto quel dualismo evocato da Ferrera.

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