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CRISI/ Perché la finanza non può essere lasciata a sé stessa

Mentre ancora non si conoscono le reali dimensioni della crisi, alcuni comportamenti del mercato fanno sorgere il dubbio che in certi ambienti non sia cambiato nulla. Bisogna intervenire con regole precise per impedire che continuino i giochi finanziari a spese dell’economia reale

crisi_borsaR375.jpg (Foto)

 

Nessuno conosce le dimensioni della crisi, né sa come uscirne. E’ possibile comunque capire cosa non si dovrebbe fare, prendendo spunto ad esempio dall’ultimo crollo della borsa milanese di venerdì scorso, preceduto dal lancio del nuovo “future” di una banca di affari americana legata al rischio di bancarotta di paesi sviluppati. La notizia secondo cui l’Italia è in testa a tale poco gloriosa classifica - notizia riportata da un importante quotidiano e smentita dalla banca interessata solo dopo il crollo di borsa - ha portato così altre preoccupazioni tra gli operatori già in stato di panico per via della non conoscenza circa l’esatto ammontare delle perdite nei bilanci delle banche. (Il Fondo monetario internazionale stima che nel mondo le perdite complessive di banche e altre istituzioni finanziarie ammontano a 2.200 miliardi di dollari ma solo cinque mesi fa la stima era di 1.400 miliardi). Causando la vendita collettiva che ha depresso una borsa già in stato comatoso.

Sembra che il passato non abbia insegnato nulla in certi ambienti. La crisi mondiale ha infatti avuto come grandi protagonisti - e si può anche dire colpevoli - quei grandi operatori finanziari che hanno prima proposto mutui senza verificare se chi li riceveva avrebbe potuto restituirli per poi inventare prodotti finanziari che avrebbero dovuto mitigarne il rischio e invece hanno moltiplicato all’infinito gli effetti negativi delle insolvenze. La caratteristica comune di questi strumenti finanziari è la noncuranza più assoluta della realtà, come se si potesse costruire un mondo virtuale dove il valore di un’azione di borsa possa prescindere totalmente dal rapporto con l’economia reale e lo si potesse poi proteggere con adeguati rating.

Gli editorialisti non pentiti che hanno per anni inneggiato a tali principi per difendere il sistema e difendere se stessi ogni tanto riemergono per ripetere che, in fin dei conti, il mondo non ha mai avuto una crescita così vertiginosa e che quindi, in fin dei conti, “a’ da passa la nuttata”: superato questo incidente di percorso bisogna sostanzialmente riprendere con la stessa logica perché questo è il “mercato”.

Qui sta il problema che dà origine a episodi come quello della scorsa settimana: non si capisce che si devono definitivamente abbandonare strumenti finanziari che non siano finalizzati al vero e unico scopo del sistema bancario e finanziario: assicurare risorse all’economia reale, in una trasparenza di informazioni e di mezzi. Ciò comporta, mentre si discute a livello nazionale e internazionale di regole, che in funzione, e non contro il mercato, si deve giungere a vietare la stessa proposta di prodotti finanziari assimilabili di fatto al gioco d’azzardo e capaci di turbare il mercato e creare sistematicamente speculazioni perché non verificabili nella loro attendibilità, nella loro metodologia, nel gap esistente tra fonti informative e illazioni che si fanno derivare da esse.

Dovrebbe fare riflettere, se non bastasse la crisi globale, che più di un premio Nobel conclamato per avere inventato tali prodotti abbia ripetutamente dato vita a fondi che incarnavano le loro immaginifiche intuizioni sui future e siano poi miseramente falliti, più di una volta. Si dovrebbe ricordare che prima di questa crisi chi persegue queste logiche ha generato, senza che nessuno intervenisse sul metodo, casi come Enron, bond argentini, Parmalat che hanno rovinato tantissima gente. Se non si interviene ponendo fine con regole precise a questo gioco a spese dell’intera economia dovremo forse sperare solo in qualche nuovo rovinoso fallimento di questi signori del nulla?

 

Pubblicato su Il Riformista del 13 marzo 2009

 

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COMMENTI
13/03/2009 - Serve una risposta politica (ANDREA TESSADRI)

Questo articolo affiancato al ricordo di Giovanni Paolo II nella sua frase "Non abbiate paura", sprona più che mai le coscienze a passare dalle parole ai fatti. La frase del Papa proseguiva: "aprite, anzi spalancate le porte a Cristo, nella politica, nell'economia,..." ricordo bene quelle parole. Siamo pronti a dare una risposta politica a quanto delineato in questo articolo? Sono in grado i cattolici di farsene carico? Siamo in grado di creare un dialogo che vada oltre il semplice dare un voto ad un partito? La gente oggi si arrende passivamente a uno Stato, come diceva Piero Ostellino, con cui non c'è modo di interagire. Non dovrebbe essere la politica a esprimere la volontà popolare? Oggi, al contrario, si cerca di creare consenso attorno a valori e idee calate dall'alto: qualcosa di molto simile a un centro commerciale, si compra quello che c'è, che costa meno ed è più pubblicizzato (e... quindi percepito come di qualità migliore). C'è tanto da fare: da dove cominciamo?