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J’ACCUSE/ Quelle scorte di cereali che non aiutano i Paesi poveri

Pubblicazione:giovedì 19 marzo 2009

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Il G8, la periodica riunione dei maggiori paesi industrializzati, a luglio torna in Italia. Dopo la tragica esperienza di Genova il vertice si terrà all’isola della Maddalena e sarà preparato e contornato da una serie di incontri su diversi temi. Per l’Agricoltura si inizia ad aprile a Cison di Valmarino, Treviso.

 

Accanto a quelle ufficiali fiorisce una fitta rete di altre riunioni tenute da chi ha interesse a essere ascoltato nelle sedi maggiori. L’idea è buona, da un lato perché anima un dibattito che spesso appare distante dagli interessi dell’opinione pubblica e quindi dovrebbe favorire l’accettazione del vertice anche da parte delle solite frange antisistema, e dall’altro perché, alla peggio, giova al turismo in momenti di crisi.

 

La Coldiretti, la più grande organizzazione agricola italiana, ad esempio, ne ha organizzata una a Roma oggi intitolandola G8 Farmers’ Union Meeting. Un’occasione per cercare di capire i problemi e i punti di vista degli altri, un esercizio utile in tempi in cui gli egoismi, di fronte alla crisi, sembrano prevalere. La crisi mondiale in alcuni passaggi ha lasciato intravedere i preoccupanti sintomi di quella che è stata chiamata, la World Food Crisis.

 

Gli obiettivi del Meeting sono positivi e condivisibili, ma vorremmo intervenire su una proposta che suscita molto interesse e che merita un’attenta riflessione, quella di creare una riserva mondiale di cereali da usare in caso di carenza di prodotto e di crisi dei prezzi.

 

L’idea non è nuova, si tratta di creare i cosiddetti Buffer stocks e cioè scorte strategiche per contrastare le tensioni del mercato. Nel caso delle materie prime agricole, però, non è semplice. In passato si è cercato di crearne a livello internazionale con risultati molto deludenti, ad esempio su prodotti soggetti a forti fluttuazioni di prezzo come il caffè, il cacao e lo zucchero.

 

Sono subito emersi due ordini di problemi: a) la definizione degli obiettivi dell’operazione, b) l’identificazione di un’Autorità addetta alla gestione delle scorte davvero al di sopra degli interessi di parte. Soprattutto è la prima questione quella che crea i maggiori problemi. Infatti gli obiettivi non sono in realtà comuni e ci spieghiamo proprio con il caso in questione.

 

I proponenti sono i produttori dei paesi più ricchi della terra, quelli che hanno le agricolture più aiutate e protette, i prezzi mediamente più alti, popolazioni che non conoscono più i problemi della carenza di alimenti. La creazione di stocks da parte loro sottintende la stabilità dei prezzi agli attuali livelli. Il problema è diverso per i paesi che cercano a fatica di sottrarsi alla sottonutrizione e per quelli che affrontano ancor oggi la fame. Essi hanno bisogno di alimenti in quantità crescenti e a prezzi bassi, non di esportazioni sovvenzionate provenienti dai paesi ricchi che schiantano ogni tentativo di stimolare la produzione locale aumentandone la dipendenza.

 

Ma è l’intera umanità che ha bisogno di maggiori quantità di prodotti agricoli a prezzi decrescenti per consentire a tutti di alimentarsi adeguatamente. La creazione di stocks patrocinati dai G8 rischia di tradursi in un ritorno a una forma di protezionismo controproducente e improponibile.

 

Gli agricoltori europei si lamentano della volatilità dei prezzi dell’ultimo biennio ritenendola senza precedenti, hanno ragione per l’Europa che è stata protetta nel tempo dalla Politica agricola europea, ma hanno torto in generale perché sui mercati mondiali ci sono state crisi anche più forti di cui non si sono accorti.

 

Il problema è quello di favorire un ampliamento degli scambi, togliendo le ulteriori barriere, e di diffondere l’uso di tecnologie innovative adatte ai vari contesti. Una tesi che contrasta con l’attuale ondata protezionistica che si sente in tutti i settori. La crisi finanziaria si combatte con l’economia reale e, nel caso specifico, con gli incrementi di produttività, ma qui il discorso si fa lungo, specie nei paesi sazi che privilegiano i prodotti di nicchia perché non hanno più il problema della fame.



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