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NUCLEARE/ Tre problemi da affrontare per riportare l’atomo in Italia

Pubblicazione:martedì 3 marzo 2009

Nucleare_AtomiR375_03mar09.jpg (Foto)

L’accordo Enel-Edf segna il ritorno dell’Italia al nucleare? È ancora presto per dirlo, ma sicuramente si tratta del primo passo concreto effettivamente compiuto in questa direzione, quasi un anno dopo l’insediamento del governo. Restano, però, molti punti interrogativi e diverse lacune, riguardo sia al merito della collaborazione, sia al contesto nel quale si inserisce.

 

C’è, in primo luogo, una questione finanziaria: Enel, che dovrebbe essere protagonista della nuova stagione atomica Italiana, è oggi stretta tra un debito di circa 61 miliardi di euro (dovuto all’enorme sforzo per l’acquisto della spagnola Endesa), una capitalizzazione relativamente bassa (circa 26 miliardi, attualmente), e l’esigenza “politica” di mantenere un alto dividendo.

 

Il gruppo ha in animo cessioni che potrebbero portare nelle casse circa 5 miliardi, e si comincia a parlare di un aumento di capitale per altri 6-7. Ciò non toglie che la situazione finanziaria sia men che solida, tanto che le agenzie di rating hanno messo sotto osservazione l’azienda italiana, e che realizzare i quattro impianti da 1,6 gigawatt di cui si parla - come ha sottolineato GB Zorzoli in un commento sulla Staffetta quotidiana - richieda ulteriori investimenti, per la quota di spettanza di Viale Regina Margherita, di almeno 9-10 miliardi. La strada è, insomma, in salita.

 

Un secondo tema riguarda l’impatto che il modo in cui queste scelte sono state compiute potrebbe avere sul mercato. Di fatto, l’ipotesi finora considerata più probabile - quella del “modello finlandese”, con un consorzio di produttori e consumatori - è stata abbandonata a favore di una forte leadership dell’ex monopolista italiano e dell’attuale monopolista pubblico francese. In tal modo, si è sancito che l’energia atomica faccia “caso a sé” nel panorama del mercato, e si è escluso un reale apporto competitivo. Possono esserci delle ragioni a favore di questo approccio, ma è importante valutarne attentamente le conseguenze, cosa che, al momento, non sembra essere stata fatta.

 

Terzo, resta tutto da definire il quadro di regole che dovranno sovrintendere l’autorizzazione, l’esercizio e lo smantellamento delle centrali. Le norme oggi vigenti sono inadeguate, in quanto - al netto di qualche aggiornamento - risalgono all’epoca del nucleare italiano, che si concluse negli anni successivi al referendum del 1987. Oltre alle regole, non esiste ancora un’agenzia di sicurezza (la cui creazione è attualmente in discussione al Senato) e, soprattutto, vanno ricostituite le necessarie competenze all’interno della pubblica amministrazione. Rimediare a questi problemi non è né facile né rapido.

 

Infine, anche assumendo di poter superare tali ostacoli, i conti fatti sulla carta vanno poi regolati con l’oste, cioè - fuori di metafora - bisogna individuare i siti appropriati per ospitare i nuovi impianti. Questo prevede non solo il soddisfacimento di requisiti specifici - come la distanza da centri abitati e la vicinanza a corpi idrici - ma anche e soprattutto di ottenere il consenso locale.

 

Può essere utile, a questo fine, ricorrere a strumenti finanziari, come gli sconti in bolletta (anche di natura fiscale), ma in ultima analisi bisogna convincere la gente che non si sta mettendo in pericolo la salute o l’ambiente. Serve, allora, una grande capacità di persuasione, ma soprattutto bisogna essere in grado di fornire garanzie credibili sulla serietà delle operazioni, con tanto di dati e fatti.

 

Non si può pensare di scavalcare il consenso locale attraverso procedimenti autorizzativi semplificati: essi servono ad accelerare gli aspetti burocratici, ma alla fine della giornata bisognerà anche guardare in faccia le persone e saper rispondere alle loro comprensibili obiezioni. Ciò richiede un grande lavoro analitico e di comunicazione, che finora non è stato ancora, nella sostanza, iniziato.

 

Eppure, a differenza delle altre questioni relative a difficoltà tecniche o normative, è qui che veramente si giocherà tutto: il successo passa per la capacità di ascoltare e comprendere, così come per la volontà di creare una condivisione politica con le forze di opposizione. Da questo punto di vista, la prossima tornata elettorale per le regioni dirà molto: prevarrà la ragionevolezza e il senso di responsabilità, oppure la tentazione populistica di promettere privilegi e salvacondotti, come si è fatto in Sardegna?

 

La settimana scorsa è stata celebrata la messa cantata, con tutte le fanfare del caso e le dichiarazioni roboanti di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Benissimo: l’euforia era necessaria e, in parte, giustificata. Adesso, però, è il momento di lavorare sul territorio, ed è lì che si potranno misurare il grado di “commitment” delle imprese e la serietà della nostra classe dirigente.

 

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