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J'ACCUSE/ Draghi e Franceschini a lezione di banco centrismo dal prof. Giavazzi

Nel nostro paese si può dirottare un problema, tutto interno alle banche, verso altre direzioni, sottolineando soprattutto le carenze del Governo anche se i disastri li hanno causati gli altri

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Si comincia a delineare bene la strategia di difesa di quello che, negli anni Novanta, fu chiamato una sorta di variopinto e nuovo blocco di potere tra banche e reduci dei partiti di sinistra in Italia.

 

Ancora oggi, può apparire solo superficialmente paradossale. Ma se si guarda in controluce, si intravede un comune denominatore. Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, viene al Forex di Milano sabato 21 febbraio 2009 e, con il suo solito e inconfondibile aplomb inglese, fa alcune raccomandazioni all’annuale assemblea dei banchieri e dei finanzieri italiani. I presenti appaiono tutti concentrati e compresi nella loro parte, ma tutto sommato poco preoccupati. 

Draghi annuncia che occorre prendere in considerazione l’offerta dei Tremonti-bond, cioè gli strumenti per ricapitalizzare i patrimoni bancari, ma salvaguardando la struttura privata delle banche e quindi i piani industriali. E soprattutto l’indipendenza del management e della governance.

Certo, fa abbastanza impressione la massa dei titoli “tossici” che, con sforzi inauditi perché anche i computer ormai impazziscono, si cerca di quantificare. Il problema è quasi insolubile e ci si affida alle stime di quella “discarica” in cui si prometteva: valore, ricchezza, speranza e realizzazione di se stessi.

Da una sponda all’altra dell’Atlantico si dibatte, si discute e si litiga sulla “discarica”, che può essere battezzata “bad bank” oppure qualche cosa d’altro, ma che deve necessariamente passare attraverso il filtro dei bilanci bancari da far vedere e valutare. Insomma, un minimo di chiarezza!

Il Governatore ritiene questo fatto necessario, ma ribadisce anche che l’Italia vi è solo parzialmente coinvolta. Chissà che cosa avrà pensato leggendo, se l’ha letta, dell’analisi fatta da Alessandro Penati, domenica scorsa su La Repubblica, che sulla solidità delle banche italiane è piuttosto problematico.

Ma il Governatore è un liberal di stampo anglosassone, quindi secondo la vulgata di Alesina&Giavazzi, è naturalmente progressista e di sinistra. Bene. In conclusione, durante il Forex, Mario Draghi dà un bacchettata nemmeno tanto forte sulle mani ai nostri banchieri e invece alza i toni sulla necessità di ammortizzatori sociali che deve mettere in atto il Governo di fronte alla prossima disoccupazione che investirà il Paese, a causa della crisi finanziaria mondiale causata, guarda caso, dal “festival” dei subprime, dei credit swaps e dei derivati con cui le banche, forse per la prima volta nella storia economica, sono riusciti a creare una produzione ad alto valore aggiunto.

Ecco come si può dirottare un problema, tutto interno alle banche, verso altre direzioni, sottolineando soprattutto le carenze del Governo anche se i disastri li hanno causati gli altri. Non è dissimile in fondo questa linea da quella che è stata adottata in Giappone negli anni Novanta, dopo la “bolla immobiliare” del Sol Levante.

Il lobbismo bancario, la difesa delle governance e dei vari management, è riuscita, salvandosi, ad assicurare un quindicennio di stagflazione. È un fatto che ricorda spesso un banchiere indipendente come il presidente della Banca Popolare di Milano, Roberto Mazzotta. Ma per questa ragione, l’indipendente Mazzotta è sempre messo in discussione.

Proseguiamo il ragionamento. A cavallo del Forex di Milano, si consuma il “cataclisma-rigenerazione” del Partito Democratico, nato con mille speranze e altrettante congiure qualche tempo fa. Le elezioni sarde spiazzano tutti i “post” e gli “ex” che puntano alla fine, pensate bene, su un ex democristiano, che oltre a tutto va a giurare (chissà perché) di fronte all’ex Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro sulla Costituzione repubblicana. 

Insomma, mentre il “Fregoli” della sinistra Walter Veltroni, il postcomunista, kennedyano, clintoniano, obamiano e via cantando, va finalmente al cinema con la moglie, l’ex democristiano Dario Franceschini assume il bastone di maresciallo da non si sa bene quale Napoleone di passaggio.

Quale dovrebbe essere la prima mossa di un leader di sinistra, anche se in Italia è stata riciclata oltre ogni limite possibile? Innanzitutto fotografare le cause di questa crisi planetaria e nazionale, indicando i responsabili senza mezzi termini e successivamente tutelare realisticamente i ceti più in difficoltà a causa di questa crisi provocata dalla finanza e dalle banche.

Il laburista Gordon Brown, per esempio, resta sempre legato alle “verdi colline” del Labour e del movimento fabiano e non ci ha pensato neppure una notte, in autunno, a nazionalizzare le prime otto banche del Regno, con un’operazione che si può tradurre in “pedate nel sedere” ai playmaker della City. È sempre in difficoltà, ma ha puntato l’indice senza mezzi termini sui colpevoli del disastro.

Lo stesso Barack Obama, pur sapendo di aver ottenuto voti dalle major dell’auto e da Wall Street, ha spiegato che non si farà ricattare dai lobbisti nel suo piano di risanamento dell’economia americana. Chiaro?

Franceschini invece esordisce con un attacco scontato, dipietresco, grillesco e travagliesco, insomma santoriano, a Silvio Berlusconi, che si potrebbe riassumere questa accusa: dall’ombra dell’autoritarismo all’ombra della proprietà del Paese. Poi Franceschini impugna la sciabola e propone, con un colpo di scena, un assegno di sostegno per tutti i cittadini in difficoltà.

Operazione lodevole se si indicasse come recuperare queste risorse e soprattutto se, nell’idealità della sinistra, fossero soprattutto i responsabili del disastro a “pagare dazio”. Franceschini invece questo non lo dice, fermandosi solo sul “recupero” dell’evasione fiscale. Ma soprattutto, per mesi se non per anni, Franceschini, come tutta la sua compagnia di giro, non riesce a formulare nessuna critica reale contro la fantasia-finanziaria al potere, nel sistema banco centrico italiano, che è durata per anni. 

Ma perché Franceschini non loda ad esempio un istituto come Mediobanca, che non ha un asset tossico nel suo bilancio, e non mette invece in discussione chi ha coltivato “derivati” e avventure piuttosto funamboliche nell’Est Europa? Perché quasi tutti gli ambienti di sinistra si stracciano le vesti, ancora adesso, di fronte ai cosiddetti “furbetti del quartierino” e non pongono come priorità di mettere al setaccio chi ha usato dei soldi dei cittadini in modo squinternato? Compresi quelli che si opponevanmo ai “furbetti”?

Al posto di puntare su chiarezza e decisioni immediate, magari sollecitando anche il Governo, sui bilanci bancari, il neosegretario punta l’indice sul Governo. Alla fine, Franceschini si allinea alla “scelta giapponese”, accompagnando con grida quello che lo stesso Governatore della Banca d’Italia ha scelto come “primo problema” al Forex di Milano.

Non c’è da stupirsi. In fondo l’ideologo di tutta questa variopinta linea banco centrica è il professor Francesco Giavazzi, il quale continua a ripetere: «Gli Stati Uniti non sono stati distrutti da una guerra, né da una bomba atomica: la case valgono certamente di meno, ma sono ancora tutte lì, e così anche gli aeroporti, le aziende e il capitale umano: quanto accade in Borsa si spiega solo con il panico e con l’incertezza».

Non va bene neppure Obama al professore: «Il team economico di Obama si è lasciato sedurre dall’idea di nazionalizzare le banche , senza capire che questo è il modo infallibile per allontanare ancora più gli investitori della Borsa». Guai alle nazionalizzazioni! Giavazzi è infatti quasi apocalittico: «Come ho già ricordato, secondo alcuni storici dell’economia la depressione degli anni Trenta durò così a lungo anche perché il New Deal di Franklin Delano Roosvelt diffuse dubbi sul futuro dell’economia e soffocò gli investimenti privati».

Specialista della storia dei “se”, Giavazzi supera ogni fantasia. Si potrebbe ricordargli il giudizio di altri storici dell’economia che la pensavano diversamente. Oppure basterebbe ricordagli la storia così come è andata. Ma forse è più calzante una frase di Paul Krugman: «Il fatto che qualcosa del genere possa accadere nel mondo moderno dovrebbe far venire i brividi a chiunque abbia un minimo di senso della storia».

Purtroppo i nipotini del “materialismo storico” marxiano, in Italia, hanno perduto persino i riferimenti più elementari. Così va la sinistra in Italia, in rispettoso affiancamento alle banche che l’hanno salvata e l’hanno incoraggiata in questi anni.

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COMMENTI
04/03/2009 - Le altre cose da ricordare... (Bruno Bartolomei)

Tra le altre cose da ricordare riguardo alle posizioni sottolineate nell'articolo,vi sarebbero anche le teorie espresse in vari dibattiti televisivi negli anni pre crisi, riguardo alla provincialità di tante banche italiane che non sapevano cogliere, come stavano invece facendo altre banche europee, la "modernità delle azioni da intraprendere" specie nell'enorme risorsa ed opportunità che rappresentavano i paesi dell'Est. Bene. Sembra che ora gli astrologi nostrani della finanza abbiano cambiato completamente opinione. Forse hanno investito denaro forti loro lungimiranza?