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Economia e Finanza

DIBATTITO/ “Caso Telecom”: i bilanci ai raggi X

Riceviamo e pubblichiamo alcune considerazioni relative all’articolo di Gianni Credit pubblicato lunedì e riguardanti Telecom Italia

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I temi affrontati e i giudizi espressi nell’articolo “Principi ancora validi? L’esempio di Telecom”, pubblicato su ilSussidiario.net il 2 marzo, meritano a mio avviso un approfondimento, e alcune considerazioni critiche.

 

Vediamo innanzitutto alcuni cenni sui fatti ivi indicati. AOL-Time Warner effettua nel 2002 un write off sull’avviamento di circa 100 $/mld in due trimestri. Questo (per precisione) non in aderenza agli Ias-Ifrs, ma ai principi contabili americani Sfas 141-142, di fatto ripresi (non in tutti i meccanismi di dettaglio) dallo Ias 36 “Impairment of Assets”.

Il presupposto sostanziale della svalutazione post impairment test non debbono essere esclusivamente attribuiti ai fatti dell’11 settembre 2001, ma più realisticamente all’infondatezza del postulato che aveva guidato la fusione: la presunta feconda sinergia tra un provider di internet e una casa di produzione di film. Il presupposto sostanziale dell’impairment non derivava, dunque, da altro che dal “fallimento” dell’illusoria linea di sviluppo immaginata per la società post fusione.

Si fa presente che per quanto riguarda Telecom, l’avvento della nuova amministrazione (novembre 2007) - da quanto comunicato - ha sottoposto a revisione gran parte delle previsioni economico-finanziarie a essa precedenti: il nuovo AD non ha mai mancato di segnalare la delicatezza della situazione e di conseguenza il mercato ha già provveduto ad effettuare le sue “svalutazioni” (cfr. di seguito i dati del titolo Telecom agli inizi del nuovo comando, gennaio-marzo 2008). Pertanto non si può imputare all’attuale amministrazione un carattere di imprudenza verso il mercato.

Nelle more della preparazione del bilancio 2008 - che per il quarto anno soggiace ai nuovi principi contabili Ias-Ifrs richiamati nel pezzo - Telecom è ricorsa all’impairment test obbligatorio almeno annualmente per poste quali l’avviamento e ha comunicato di non ritenere necessaria alcuna svalutazione dello stesso.

Si fa presente che l’avviamento complessivo di Telecom si è venuto a formare negli anni. I dati degli anni più recenti sono riportati di seguito:

2003

2004

2005

2006

2007

27.137.000

26.794.000

43.980.000

43.739.000

44.420.000

Il “salto” di valore di questa voce di bilancio avviene nel 2005 con l’incorporazione di TIM. Deve a mio giudizio considerarsi peraltro che TIM - ovverosia la telefonia mobile - costituisce un business certamente redditizio (cfr. i dati 2008 esposti nel comunicato medesimo richiamato) e pertanto non sorprende un simile plusvalore concambiato nella fusione preceduta da OPA nel gennaio-giugno 2005.

L’articolo citato fra l’altro afferma che sia necessario procedere alla svalutazione dell’avviamento nel bilancio 2008. Su quali basi sostanzia questo giudizio? L’articolo, infatti, non menziona alcuna ragione reale a favore di questa sua presunzione, adducendo altresì ragioni di contesto - segnatamente la situazione di crisi generale dell’economia e della finanza - che consiglierebbero una svalutazione massiccia: dette ragioni sarebbero, nell’ipotesi dell’articolo, “aggirate” dall’impiego degli Ias-Ifrs e anche questo ci sembra più un pregiudizio che una considerazione scientificamente fondata.

L’avviamento, si rammenta, non è un’attività finanziaria, ma un’attività immateriale che si genera per via dell’ongoing concern - come dice bene l’articolista - ovverosia per via della guadagnata capacità dell’impresa nel suo complesso di mantenere ragionevolmente nel futuro flussi di reddito congrui. Questa posta emerge in bilancio, lo rammento, solo nei conti dell’impresa che ha acquisito l’entità che l’ha generata e che per assicurarsela ha materialmente “pagato” il plusvalore in parola. Non si tratta di una posta finanziaria, dunque, ma di una posta immateriale che riassume in sé - ove vi sono - le prospettive reali dell’impresa di mantenere ragionevole successo nel futuro della sua propria linea di produzione.

Il richiamato appoggio scientifico di Smith è perciò alquanto improprio, giacché le stesse citazioni richiamate probabilmente consigliano prudenza nell’asseverare che per entità reali quali quelle legate allo sviluppo di Telecom - che di fatto ha limitatissimi impieghi in attività finanziarie, del tutto compatibili con la sua natura di impresa non finanziaria - sia necessario svalutare: infatti, il valore d’uso di dette attività, monitorato mediante l’impairment test pluricitato, può ben essere elevato anche in assenza di valore di mercato di pari entità (per capirci meglio, una semplice lavastoviglie operante in un bar vecchia di un anno se messa in vendita difficilmente troverebbe qualcuno disposto a comprarla - per cui il valore di scambio o di mercato sarebbe prossimo allo 0 - mentre nell’economia del bar che la impiega probabilmente recherà utilità per qualche anno ancora, rendendo non necessario un ulteriore investimento per sostituirla, per cui in uso essa ha un valore).

È fra l’altro da notare che per gli Ias-Ifrs il valore recuperabile (traduzione di “recoverable amount”, espressione coniata in epoca assai più lontana nel tempo del saggio del Prof. Guatri e del Prof. Bini richiamato dall’articolista) non è appena il mark-to-market (quindi: valore puntuale di un bene sul mercato o suo “presunto valore di realizzo” in quel momento), ma - come autorevolmente argomentato da quei docenti - segnatamente il maggiore tra questo e il valore d’uso dell’attività in discorso.

Pur avendo in comune con l’articolista molteplici riserve sull’adeguatezza teorica e pratica dei principi contabili Ias-Ifrs a leggere con attendibilità i valori prodotti o incorporati dalle aziende, fino a esporli nel bilancio annuale (specie in materia di prodotti finanziari derivati e specie dovendo poi prevedere deroghe in situazioni quali quella presente) e sui negativi effetti che una certa interpretazione del libero mercato ha portato nell’economia reale, riterrei assai meno plausibile la non documentata applicazione di dette riserve su casi come quello di Telecom, quando poi questo paradossalmente venga paragonato al celebre caso Time Warner-AOL.

Le differenze normative - il riferimento è alle conseguenze di una svalutazione totale dell’avviamento Telecom, che in Italia comporterebbe una ricapitalizzazione ex artt. 2446-2447 c.c., mentre altrove ciò non sarebbe necessario (si fa presente che in diversi paesi è possibile esporre un netto negativo nei documenti di bilancio) - e di attività - Time Warner e AOL congiunsero un’attività di produzione con un’attività di internet - sono tali che le affermazioni espresse nell’articolo appaiono, per lo meno, poco supportate da ragionamenti tecnico-economici significativi e comunque non c’è in tutto l’articolo nessun momento di prova che giustifichi le stesse pesanti affermazioni.

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