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TERREMOTO ABRUZZO/ Marco, sfollato, ritorna in fabbrica e scopre il senso del lavoro

Marco Gentile è stata una delle prime persone che abbiamo intervistato dopo il tragico terremoto del 6 aprile. Era stato evacuato da L'Aquila, e oggi è tornato al lavoro, con intensità per ricostruire ciò che non c'è più, per tentare di ripartire, cercando un senso in ciò che è successo, partendo da ciò che fa

ruspa_abruzzo_R375.jpg (Foto)

Il recente terremoto che ha colpito l’Aquila e dintorni ha aggravato la già difficile situazione lavorativa del capoluogo di regione. L’Aquila negli ultimi 10 anni ha perso una enormità di posti di lavoro soprattutto nel comparto tecnologico/elettronico (a carico di Italtel ed Alenia in particolare).

 

Come una azienda come Italtel (6000 dipendenti nel massimo fulgore) possa crollare in un periodo di pieno sviluppo delle telecomunicazioni la dice lunga sulla reale competitività di una società nata sull’onda delle partecipazioni statali, con commesse obbligate a Telecom ed investimenti in ricerca di pura facciata.

 

Non appena la dipendenza di Telecom dalle commesse Italtel è terminata con la privatizzazione di Telecom, il pachiderma aquilano non ha retto la concorrenza delle società internazionali che ricerca ed innovazione le avevano fatte per davvero.

 

Così L’Aquila si è ritrovata ad essere una città a vocazione prevalentemente statale, commerciale ed universitaria con la maggior parte della forza lavoro assorbita nelle strutture pubbliche.

 

Uniche eccezioni il comparto edilizio (sic!) ed il polo farmaceutico che ha visto negli anni 80/90 crescere a L’Aquila realtà di avanguardia quali Dompé, Aventis e Menarini.

 

Il terremoto trova quindi una situazione già gravemente sbilanciata verso l’impiego pubblico.

 

Il dopo terremoto sarà devastante per l’università e per l’indotto che l’università ha generato in questi anni: a L’Aquila vivono 60.000 abitanti e gli studenti erano circa 20.000. Ci si aspetta, infatti, una decisa e significativa riduzione del numero di studenti nei prossimi anni con ripercussioni drammatiche sia sulla sopravvivenza dell’ Università sia sulle attività di servizio e commerciali che fondavano la loro sussistenza proprio sulla presenza degli studenti fuorisede.

 

L’impiego pubblico non rappresenterà certo una alternativa praticabile per il futuro in quanto le nuove direttive sulla spesa pubblica tendenzialmente ridurranno i posti di lavoro o comunque non li aumenteranno.

 

E’ quindi necessario che si investa nelle attività produttive e sul turismo.

 

E’assolutamente prioritario che le poche realtà produttive presenti ad oggi sul territorio ripartano rapidamente e che, nel contempo, se ne sviluppino di nuove anche in virtù degli aiuti che certamente saranno destinati alle zone colpite.

 

Un esempio tra tutte è l’azienda (comparto farmaceutico) dove sono attualmente impiegato; il terremoto ha prodotto danni ingenti di ammontare superiore ai 10 milioni di euro, a testimonianza di come il terremoto del 6 Aprile sia stato distruttivo. Le attività per ripartire nel più breve tempo possibile sono iniziate nei giorni immediatamente seguenti il sisma e si concluderanno non prima della fine del mese.

 

C’è la volontà di ripartire ma anche di sfruttare la circostanza negativa del terremoto per progettare uno sviluppo ulteriore che generi valore per l’azienda e per la filiera ad essa collegata.

 

Per ripartire, per sperare contro l’impossibile è necessario che l’idea stessa di lavoro che troppe volte viene vista, in contesti come quello aquilano, come semplice ricerca di un impiego, si trasformi in un idea di lavoro come “impresa”.

 

E questo vale sia per l’imprenditore che per l’ultimo dei dipendenti Ridare il suo vero significato al lavoro; riscoprire il significato del lavoro che nasce da un modo nuovo di affrontare la realtà che ci circonda e da una rinnovata stima della realtà in ogni suo aspetto.

 

Per fare questo, però, servono testimoni e questo è prima di tutto un compito che noi cristiani non possiamo esimerci dal dare anche in campo lavorativo.

 

(Marco Gentile)

© Riproduzione Riservata.
COMMENTI
20/04/2009 - commento (cristiano ceselli)

Caro Marco, parlavo tempo fa con un nostro amico comune il "grande" Peppe di Pescara, (grande in tutti i sensi). Si era accesa la discussione a riguardo del fatto che uno prende consapevolezza solo attraversando un momento di dolore, di sofferenza e lui mi diceva, in modo giusto, che non è necessario usando cuore e ragione. Mi accorgo però che solo attraversando questa sofferenza uno fà l'esperienza di ciò che è buono per se in modo reale. ciò che accade non dipende da noi ma stà a noi viverlo con intelligenza e passione cioè in verità, questo accade solo quando uno lo chiede, lo mendica a Chi solo è in grado di rispondere altrimenti diventa un puro sforzo personale che prima o poi finisce inesorabilmente. che cosa vogliamo raccontare al giornalista giustino che ha perduto i suoi 2 figli? nel leggere l'articolo ho pianto per i suoi figli. guardando ai miei due bambini egoisticamente ho pensato fortuna che non è accaduto a me, ma giustino?! che c'entra con me giustino?! se è vero che qualcUno a detto "donna non piangere!" vale o no anche per giustino? come questo accade? queste vogliono essere domande aperte perchè è solo lasciandoci abbracciare dalla Sua realtà uno può essere: consolato compreso amato ma la realtà cos'è, chi è? grazie amico per la libertà con cui me la testimoni,(questa realtà) e poter ripartire con quella baldanza come tu scrivi. uniti nella fede abbraccio te e tutto il popolo abruzzese sofferente,coscente che nulla andrà perso. Cristiano

 
18/04/2009 - RICOSTRUIRE IL LAVORO (carlo de carolis)

Grazie Marco per la tua testimonianza. Anch'io come te sono sceso alcuni anni fa da Milano per venire in Abruzzo a lavorare in un gruppo che opera nella moda e garantisce occupazione e un certo benessere nel territorio in cui è insediata. Anch'io ho avuto il mio piccolo e personale terremoto quando ormai alla soglia dei 50 anni ho perso il lavoro per il fallimento del gruppo in cui lavoravo. E' proprio vero che scopriamo più facilmente il vero valore di ciò che abbiamo quando ci capita di perderlo. Ho scoperto così che il nostro lavoro ha un fine ben preciso e concreto se non altro perchè lo facciamo per qualcuno che ne usufruisce: dal collega per il quale sono preziose le decisioni che prendiamo e le informazioni che comunichiamo al consumatore che indosserà i capi che realizziamo. Se non è utile a nessuno perchè farlo e soprattutto perchè dovrebbe esserci qualcuno disposto a pagarlo? Credo che questo vale per la ricerca di cui parli come per qualsiasi attività profit e no profit, privata o statale. E' una domanda che cerco di farmi ogni mattina andando al lavoro e che cerco di porre soprattutto ai più giovani che lavorano con me e che cercano una speranza per il loro futuro. E' allora possibile scoprire che il lavoro è un'impresa personale in cui si gioca l'educazione e quindi la crescita della tua persona. Che questo sia poi al servizio di un bene comune che coincide con l'impresa non vuol dire essere schiavi di un padrone ma uomini veramente liberi. Carlo