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G20/ 2. Savona: la Cina ha capito tutto, gli Usa no. E l’Europa è marginale

Pubblicazione:giovedì 2 aprile 2009

brown_obama1R375_2apr09.jpg (Foto)

 

Barack Obama ha detto oggi a Londra che il mondo è alle prese con la «più grave crisi economica dalla seconda guerra mondiale» e che i leader del G20 «devono agire con un senso di urgenza». E mentre nell’incontro di ieri a Downing Street tra il presidente Usa e il premier inglese Gordon Brown è emersa una volontà comune di intenti, Sarkozy, che insieme alla Germania ha chiesto una regolamentazione più severa del sistema finanziario in crisi, ha detto che se non avesse visto la reale volontà di ottenere risultati tangibili avrebbe lasciato il vertice. Ma il vero rischio, avverte l’economista Paolo Savona, è che dal G20 si esca con più regole per la finanza, ma senza affrontare il tema decisivo: la regolazione del sistema valutario internazionale.

 

Professor Savona, il G20 di Londra non è iniziato sotto i migliori auspici. Sarkozy ha minacciato di andarsene se non ci saranno risultati concreti. L’appuntamento invece è stato accompagnato da grandi aspettative. Sono giustificate?

 

Credo di no. Non avrei molte speranze nelle decisioni che possono venire dal vertice. Prima di tutto perché partecipano in troppi, e l’esperienza dell’Europa a 27 rispetto all’Europa a 15 dimostra che più si allarga la cerchia più difficile diventa l’accordo. In secondo luogo perché le idee non sono chiare.

 

Chi non avrebbe le idee chiare?

 

Un po’ tutti, esclusa forse la Cina, che sta cercando di sostituire le esportazioni con la domanda interna. È questa la formula corretta. Ma lo sforzo che stanno facendo tutti i paesi, a cominciare dagli Usa, è di rimettere l’economia mondiale, e quindi ciascuna nazione, sul vecchio sentiero di sviluppo, basato sugli squilibri nella bilancia dei pagamenti finanziati dall’indebitamento. Questo è il modello che ha permesso lo sviluppo fino alla crisi e questo è il modello che si intende riproporre.

 

No è più una via percorribile, secondo lei?

 

Probabilmente nel breve periodo ci può dare la ripresa, ma ci consegnerebbe di nuovo, a termine, il problema dell’indebitamento americano, con la possibilità che il dollaro crolli. Se questo accade l’euro si rivaluta, inevitabilmente si rivaluterebbe anche lo yuan e quindi le esportazioni europee e cinesi andrebbero in crisi.

 

Nella settimana che ha preceduto il vertice la Cina ha assicurato che continuerà a comprare i Treasury bond americani, ma ha anche fatto sapere che vedrebbe bene una moneta di scambio sovranazionale, basata sugli Sdr (special drawing rights, ndr), diritti speciali di prelievo del Fmi.

 

La soluzione cinese è la risposta che manca. Che gli Sdr dovrebbero essere portati al centro del sistema monetario internazionale lo dico dal 1968. In un articolo scritto nel 1970 Michele Fratianni ed io scrivevamo che di fronte al collasso del dollaro sarebbe stato meglio che il dollaro lentamente si abituasse a riferirsi agli Sdr, sottraendo il mondo a quell’ombra che incombe sullo sviluppo, e quindi al ripetersi di qualcosa di simile a quello che si verificò nel 1931 con il crollo della sterlina, la moneta internazionale di allora. C’è voluto dal ‘31 al ‘44 per poter raggiungere l’accordo di Bretton Woods.

 

Dopo le prime aperture, Geithner ha detto che gli Stati Uniti non intendono abbandonare la centralità del dollaro. Come se ne esce?

 

Già allora gli Usa, che erano la potenza egemone dell’area occidentale, si opposero alla proposta di Keynes di creare il Bancor, il capostipite dei diritti speciali di prelievo, al quale tutte le monete nazionali avrebbero dovuto riferirsi. Anche ora penso che gli Stati Uniti abbiano respinto in modo troppo affrettato la proposta del governatore della People Bank of China. Che, a onor del vero, è stata avanzata in modo molto moderato. Gli Usa avrebbero potuto approfittarne per aprire subito un dialogo, invece di essere costretti a riconoscere che il dollaro, per via del loro indebitamento internazionale, non può più essere accettato come moneta di riserva.

 

Perché, a suo avviso, hanno detto no alla proposta di Pechino, almeno per ora?

 

Ritengono di essere sufficientemente forti per fare ciò che vogliono, continuando a fare da perno dello sviluppo anche se il resto del mondo va male. Ma non è più il mondo del 1944, ci sono nuove potenze, l’Europa si è ripresa, la Cina, l’India e molti paesi dell’Estremo oriente sono forti e questo impone di pensare a un modo diverso di gestire il sistema monetario internazionale.

 

In che modo la proposta cinese potrebbe giovare ad entrambi i componenti del “G2”?

 

Per la Cina la nuova Bretton Woods sarebbe il naturale completamento, perché hanno i cambi quasi fissi. Gli Usa dovrebbero dire: siamo d’accordo a un passaggio morbido dal dollaro agli Sdr, ma in cambio la Cina ci deve dare cambi flessibili. In questo modo l’aggiustamento avverrebbe sul prezzo e non sulle quantità, in caso di svalutazione del dollaro sarebbero più tutelati e le loro esportazioni sarebbero avvantaggiate.

 

Nel quadro attuale l’Europa appare sempre più marginalizzata. Qual è il suo futuro?

 

L’euro potrebbe fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Se si scatena una lotta valutaria tra dollaro e yuan, la rivalutazione dello yuan e la svalutazione del dollaro porterebbero alla rivalutazione dell’euro, col risultato di scoraggiare le nostre esportazioni, di ridurre il nostro tasso di sviluppo e di innalzare il nostro saggio di disoccupazione. È questo che l’Europa vuole? È al bivio, deve decidere.

 

Cosa deve fare l’Europa per uscire dall’angolo?

 

È l’unica che avendo meno diretti interessi degli Usa e della Cina può esercitare un’azione di leadership culturale, se lo vuol fare, purché naturalmente cambi il registro della sua azione. Per intenderci, con la stessa rapidità con cui gli Stati Uniti hanno respinto la proposta della Cina, Almunia ha fatto lo stesso. Credo che sia la migliore dimostrazione di una non sufficiente meditazione del problema.

 

Questo sul versante dei rapporti tra le grandi aree economiche. E sul piano dei controlli delle istituzioni finanziarie, cosa potrebbe riservare il G20?

 

I leader possono decidere di incrementare i capital ratios, di sottoporre a regolamentazione tutti i titoli che adesso ne sono esclusi, come i derivati… ma anche qui sarebbe opportuno che le regole venissero fissate di fronte ad una situazione monetaria e valutaria internazionale aggiustata, perché se si fanno le regole ma poi crolla il dollaro, non c’entrano nulla i comportamenti del “moral hazard” anzi potrebbero risultare incentivati. Qualcosa sulle regole dal G20 può venir fuori, ma non è, nella mia valutazione, il problema principale o più urgente.

 

 



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