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1° MAGGIO/ Ichino: la crisi cambierà il lavoro. Chi cambierà i sindacati?

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Con la festa del primo maggio, istituita più di un secolo fa, si celebrano il lavoro in quanto tale e l’opera svolta dai sindacati a tutela dei lavoratori. Due temi che conosce benissimo Pietro Ichino, professore di Diritto del lavoro all’Università di Milano e senatore del Pd. lIsussidiario.net lo ha interpellato alla vigilia di una ricorrenza che la crisi economica rende ancor più significativa. Infatti, le tutele e i sostegni ai lavoratori che hanno perso o che rischiano di perdere il posto di lavoro appaiono più che mai urgenti.

 

Professor Ichino, il primo maggio è una festa che ha ancora senso?

 

Può averlo, se costituisce un momento di riflessione sulle questioni del lavoro, della ripartizione dei suoi frutti tra lavoratori e imprese, dei costi e benefici dei sistemi di protezione adottati. Un momento in cui chiedersi chi ne gode e chi no; e chi ne paga i costi.

 

In questo ordine di idee, il primo maggio assume un significato particolare in questa situazione di crisi?

 

La grande crisi è uno dei temi principali di questo primo maggio. Anche della crisi dobbiamo chiederci chi ne soffre e chi ne trae beneficio. L'altro grande tema è quello del lavoro dei lavoratori immigrati, i nuovi paria.

 

Da quando lei ha iniziato ad occuparsi di problemi del lavoro ad oggi i tempi
sono cambiati. Allora il conflitto tra capitale e lavoro era feroce e ha segnato un’epoca. Oggi è ancora così?

 

Per i lavoratori di antico insediamento nel vecchio Continente, e soprattutto per i lavoratori dell'intelletto, i knowledge workers, il modello conflittuale del sistema di relazioni industriali è sempre meno attuale. Si rivelano sempre più promettenti per questi lavoratori i nuovi modelli che pongono l'accento sulla cooperazione o addirittura sulla partecipazione. In altre parole: i modelli basati sulla scommessa comune dei lavoratori con l'imprenditore sul piano industriale, sull'innovazione. Il discorso è diverso per gli immigrati dall'Africa, che in gran parte lavorano fuori standard: questi sono per lo più esclusi da ogni forma di rappresentanza e da ogni protezione, sono i paria della società attuale.

 

Quali sono i rischi e le prospettive legate a questo mutamento nel sistema di relazioni industriali?

 

La competizione tra il vecchio modello conflittuale e i nuovi modelli di relazioni industriali è ampiamente aperta e il suo esito non può considerarsi scontato. Prevarranno i nuovi modelli soltanto se, almeno nella maggior parte dei casi, le scommesse comuni tra lavoratori e imprenditori saranno vinte e i relativi frutti saranno distribuiti equamente, i patti iniziali saranno stati stipulati bene e saranno rispettati. In questo senso si può dire che gli imprenditori devono conquistarsi la vittoria dei nuovi modelli sul vecchio: con la bontà dei piani industriali che proporranno, con il livello di trasparenza ed affidabilità - in altre parole: di etica industriale - di cui sapranno dare prova.

 

Lei ha scritto che «il diritto del lavoro può essere difeso efficacemente soltanto se lo si aiuta a evolvere, ad adattarsi al mutare dei tempi». La grande crisi che stiamo attraversando cambierà il lavoro o cambierà i lavoratori?

 

Dalla grande crisi usciremo con alcuni settori che ripartiranno di corsa e altri che resteranno con le vele flosce. Assisteremo, dunque, a un rilevante spostamento della domanda di lavoro verso i settori trainanti. Sarà essenziale la capacità del sistema di accompagnare i lavoratori in questo processo di aggiustamento industriale. Occorre un nuovo ordinamento nel quale la crisi occupazionale della singola azienda non costituisca più, per i lavoratori, una minaccia di catastrofe economica personale e di dispersione della professionalità individuale, bensì al contrario un'occasione di investimento sul capitale umano del lavoratore, coniugato con una forte garanzia di continuità del suo reddito.

 

Nel quadro che lei sta tracciando, i maggiori rischi per i lavoratori vengono oggi da un sistema di tutele e di protezione rigido e ingessato, oppure dalla flessibilità eccessiva?

 

Oggi abbiamo metà del tessuto produttivo rigida e ingessata, mentre le aziende attingono tutta la flessibilità di cui hanno bisogno dall'altra metà: quella dei contratti a termine, dei co.co.co., dei lavoratori a progetto, delle partite Iva, delle aziendine appaltatrici di servizi, delle cooperative che forniscono sostanzialmente manodopera iper-flessibile. Occorre superare questo regime di vero e proprio apartheid tra protetti e non protetti.

 

Il contratto unico a tutele crescenti sul quale lei lavora da tempo punta a superare attraverso una riforma la dialettica tra lavoro e capitale, stabilendo un “patto” tra imprese e lavoratori. A questo approccio fa da pendant il cd. “contratto unico”. Ma è più importante proporsi l’obiettivo di “superare il sistema duale” - come le viene contestato - o perfezionare la varietà di strumenti contrattuali che un sistema articolato come quello attuale richiede?

 

Più che di “contratto unico”, parlerei di uno standard universale di sicurezza che si applichi a tutti i diversi rapporti di lavoro dipendente. Alle imprese il progetto propone di garantire a chi perde il posto una sicurezza “alla danese”, dando loro in cambio una disciplina dei licenziamenti di tipo danese.

 

Può spiegare meglio questo progetto?

 

Le imprese possono licenziare se si fanno carico, attraverso una apposita agenzia, dell'assistenza necessaria nel mercato al lavoratore che perde il posto; cioè se garantiscono un forte sostegno del reddito e servizi di riqualificazione efficienti. Questi dovranno comunque per forza essere efficienti: altrimenti i costi crescerebbero troppo. Meno dura la disoccupazione, minori sono i costi. Per maggiori dettagli devo rinviare al mio sito: www.pietroichino.it.

 

In un momento in cui la Cgil si è “smarcata” rispetto alle altre due confederazioni, come vede il futuro dei sindacati? Potranno recuperare quel ruolo di difesa del lavoro che sembrano avere un po' perso negli ultimi anni?

 

Ho scritto un libro per rispondere a questa domanda: A che cosa serve il sindacato? In quel libro ho sostenuto che il futuro appartiene al sindacato che sa operare come l'"intelligenza collettiva" dei lavoratori, guidandoli nella valutazione dei nuovi piani industriali e, in caso di valutazione positiva, rappresentandoli nella scommessa comune con l'imprenditore. Le retribuzioni e la sicurezza dei lavoratori crescono molto e stabilmente solo con l'innovazione. Per questo occorre un sindacato non conservatore, capace di promuovere e negoziare l'innovazione a 360 gradi.

 

 



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