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1° MAGGIO/ L’imprenditore: è la crisi ad insegnarci ancora qualcosa

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«La crisi è forte, eccome. Tutti i mercati stanno consumando meno, le aziende produttrici di beni producono meno e quindi non investono nei macchinari», quelle macchine utensili per materie plastiche che la sua azienda produce da tre generazioni di imprenditori, dal 1954. Ma non è solo la Tria Spa di Cologno Monzese a subire un calo degli ordinativi. «I dati di Ucimu di settimana scorsa - spiega Luciano Anceschi, 47 anni, amministratore delegato - dichiarano -51 per cento di ordini, con punte di -70 e -80 per cento. Ma non ci si può fermare ai dati degli ordinativi e del fatturato, perché una crisi così grave pone tante domande. A cominciare dal perché di quello che faccio e che facciamo qui dentro, non solo io ma anche i dipendenti».

Raggiungiamo Anceschi nel pomeriggio, nel pieno di una giornata di lavoro. «Il nonno ha cominciato tutto, poi papà e ora noi fratelli. Tria ha novanta dipendenti, fatturiamo 23 milioni, abbiamo una filiale in Germania e una in Giappone. Esportiamo per l’80 per cento. Al 70 per cento lavoriamo produzioni ad alta tecnologia, i nostri competitor sono tedeschi e americani. La crisi ha colpito tutti e non ne siamo fuori. Ma fortunatamente per noi, le materie plastiche hanno una destinazione vastissima e gli ordinativi di macchine utensili sono continuati, sia pure con cali verticali».

La crisi, si diceva. «Tutti tentano di capire cosa cambierà e quando finirà. Ma qualcosa è già cambiato in noi» dice Anceschi. «Lo vedo nei miei dipendenti. È stata l’occasione per riscoprire un rapporto personale col proprio lavoro, un rapporto più diretto. Finora è prevalso l’inquadramento sindacale, non come tutela ma come modo di concepire il lavoro stesso. Ora è diverso: anche loro capiscono che se un cliente non paga si rimane a casa. Allora uno si pone delle domande, perché si scopre più fragile e si chiede che senso ha quello che fa. Vedi persone che quando finiscono nell’orario previsto, timbrano per non fare straordinario - perché in cassa integrazione straordinari non se ne possono fare - ma poi tornano sul “pezzo” a fare un’altra mezz’ora, per finire il lavoro. Questo uno lo fa se è cosciente che quel che sta facendo è importante per lui. È una riscoperta che vale per tutti, me compreso».

Anceschi si racconta. Fa l’amministratore delegato da cinque anni, ma ha iniziato in magazzino. «Ho iniziato qui, in Tria, perché era un’opportunità interessante poter lavorare dove si può cambiare, aprire nuove possibilità. Non avevo su di me l’intera responsabilità dell’azienda, ho iniziato dal basso e questo mi ha dato più libertà, mi ha permesso di lavorare con più distacco, quel distacco che mi ha fatto vedere meglio le cose. Sono arrivato a metà degli anni ’80, l’azienda esportava appena un 10 per cento. Era la fine di un clima di scontro, un periodo in cui c’era gente ai cancelli che prendeva a sassate - quando andava bene - il capannone. Una tipica azienda italiana del settore, con padri padroni molto forti, perentori, che decidevano tutto e subito». Questo è stato la fortuna dell’azienda - continua Anceschi - e l’ha salvata in anni caldi in cui ha rischiato di rimanere schiacciata. Poi quel periodo è finito. Le esigenze del mercato sono diventate più alte, più selettive, non ci poteva più essere un padre padrone, ci voleva un piccolo management.

«È stato allora che ho rischiato. Ho cominciato dal magazzino, dalla gestione materiali e dagli acquisti, poi sono passato a sviluppare i prodotti per elevarne la qualità e poter puntare sulle esportazioni. Dopo 3-4 anni ho lavorato sulle vendite, prima in Italia e poi all’estero. Ho capito che non solo fare impresa voleva dire, essenzialmente, rischiare, ma che il rischio era il cuore del lavoro stesso. Non perché si rischia di perdere qualcosa, ma perché si mette in gioco innanzitutto se stessi».

Non tutti, però, hanno la fortuna di passare dal magazzino alla direzione. «È vero, ma la crisi mi ha fatto capire che, in realtà, non c’è alcuna differenza. Mettere tempo in azienda, investire, oppure stare “sul pezzo”, come si suol dire, qualunque esso sia… perché lo faccio, mi chiedo? In tutto questo scopro me stesso, altrimenti non lo farei. Lavorare per se stessi e per il pezzo non è in contraddizione, perché se lavorare fa scoprire di più cosa si è e cosa si vale, allora è vero per tutti e per tutto quello che uno fa».

Che fine hanno fatto, allora, le lotte tra capitale e lavoro, l’ideologia del lavoro espropriato che ha condizionato intere generazioni? Anceschi, anche su questo, è perentorio. «Il senso del mio lavoro devo essere io a conoscerlo, non può stare in una formula. Quando viaggio in Brasile, o in Asia, il dualismo che c’è da noi non lo vedo. Il fatto che nel lavoro uno scopre sé e si realizza, là è molto più evidente. Le persone lavorano con entusiasmo, non sono frammentate come da noi, divise tra lavoro, tempo libero e famiglia per esempio. Lavorare è una scoperta di sé in cui danno tutto senza remore, senza pensare al quarto d’ora in più o in meno. E la sera gli operai che ho conosciuto fanno la scuola serale. Non i dirigenti, gli operai».

Ed è nel lavoro, ci tiene a sottolineare Anceschi, che uno fa esperienza del limite. «Lavorando ho capito quali sono i miei limiti e cosa posso fare. Amministratore delegato di un’azienda di 3 mila persone non lo sarò mai, ma questo dopo tutto non mi interessa. Impari non ad accontentarti, ma ad impegnarti di più con quello che hai davanti e a fare i conti con le situazioni date. Prima dividevo gli ambiti, la famiglia da una parte e il lavoro dall’altra, ma così non sei libero, sei determinato. Non sei libero perché l’azienda prima o poi la perderai, te ne andrai tu o se ne andrà l’azienda. Ma non lavori nemmeno per i figli, perché quando dirai loro: l’ho fatto per te, essi ti risponderanno che non te lo hanno mai chiesto e che, in fondo, da te volevano altro, non l’azienda. Il lavoro mi ha fatto capire che sono imprenditore, marito e padre. Tre grandi circostanze che sollecitano le stesse domande e urgono nella stessa direzione: chi sono davvero e qual è il senso di tutto. A cominciare dal lavoro, naturalmente».

E il primo maggio? «Guardi, fino a ieri avrei detto che la festa del lavoro l’avrei ricordata lavorando. Poi mi sono detto che sarebbe bello se fosse un’occasione per recuperare il senso del lavoro. Come? Dandoci da fare per superare la crisi. La crisi da questo punto di vista è stata un richiamo fortissimo. Da dove viene, mi sono chiesto? Da un’ingordigia profonda, dall’ansia di guadagno del mondo finanziario. È il concetto di un uomo esclusivamente consumatore, che tende alla sazietà. Ma chi è sazio non si fa domande. Vede, c’è stato un periodo in cui avevo quasi più gusto ad occuparmi del mondo associativo dei costruttori anziché dell’azienda, dando per scontato che le cose vanno avanti da sole. Ma quando gli ordini calano del 50, del 70 per cento nulla diventa più scontato. La crisi è venuta per questo, per “denudarci”, tutti, per portare le domande sopite allo scoperto».

 

 



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