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Economia e Finanza

FMI/ Quelle tre "parole" che smontano l'illusione di una ripresa a portata di mano

Lo scenario tratteggiato dal Fondo monetario internazionale è assai preoccupante e contrasta con i timidi segnali positivi che sono emersi negli ultimi giorni dai mercati finanziari

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Il Fondo Monetario Internazionale ha appena rilasciato due importanti rapporti. Il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report. Essi analizzano in modo approfondito lo stato dell’economia mondiale e dei mercati finanziari e formulano importanti previsioni a medio termine.

 

Nonostante gli argomenti trattati siano numerosi possiamo dire che dai due rapporti emergono tre considerazioni generali.

1) La dimensione e la profondità della crisi economica sono superiori alle aspettative. Le stime di crescita formulate meno di tre mesi fa dallo stesso Fmi per quasi tutti i paesi avanzati e non, sono state fortemente ridotte. In Italia è prevista una contrazione del Pil nel 2009 del 4,4%, solo tre mesi fa la stima era di -2,1%; in modo analogo la crescita prevista per la Germania passa da -2,5 a -5,6%, per il Giappone da -2,6 a -6,2%, per gli Usa da -1 a -2,8%. Allo stesso tempo è prevista una timida ripresa dell’economia mondiale nel 2010, ma anche in questo caso le stime di crescita sono fortemente ridimensionate e sono inferiori all’1% in tutti i paesi avanzati.

2) Il costo diretto dell’aggiustamento del sistema è estremamente rilevante. La stima di 4.000 miliardi di dollari è circa 4 volte la stima iniziale effettuata alla fine dello scorso anno. Il valore è enorme: per dare un ordine di grandezza è pari a circa il 6,5% del Pil mondiale. Solo negli Stati Uniti il costo delle svalutazioni degli asset tossici e delle ricapitalizzazioni bancarie ammonta a quasi il 20% del Pil.

3) Il combinato disposto dell’aggiustamento dei mercati finanziari e della recessione avrà un impatto sulle finanze pubbliche dei paesi avanzati e non senza precedenti. Nel 2009 gli Usa si stima avranno un deficit di bilancio superiore al 13% del Pil, il Regno Unito di quasi il 12% . Ancora più preoccupanti sono le implicazioni per il debito pubblico. Tra il 2007 e il 2014 il debito dei paesi avanzati aumenterà di circa il 30%. Negli Usa passerà dal 63 al 99%, nel Giappone dal 195 al 223% in Italia dal 105 al 120%. In media nell’area dell’Euro il rapporto debito/PIL passerà dal 65,8% del 2007 al 91,4% del 2014.

Nonostante nel nostro paese il sistema bancario sia stato colpito in misura meno rilevante dalla crisi, colpisce la forte crescita del debito italiano, che è interamente da imputare alla profonda contrazione economica da una parte e al peso sulle finanze pubbliche degli ammortizzatori sociali fortemente sollecitati in occasione di prospettive economiche così cupe (il tasso di disoccupazione è atteso salire dal 6 al 10% nell’arco di tre anni).

Lo scenario tratteggiato dal Fmi è dunque assai preoccupante e contrasta con i timidi segnali positivi che sono emersi negli ultimi giorni dai mercati finanziari. Molti infatti sostengono che la fase di turbolenza critica dei mercati finanziari è oramai alle spalle e che si iniziano ad intravedere i segnali di ripresa. I rapporti del Fmi ci riportano invece a una realtà ben più dura. Il vero problema che si presenta ora è che, una volta passata la paura del collasso del sistema finanziario internazionale, dobbiamo fronteggiare i costi dell’aggiustamento, realmente ingenti.

I dati citati precedentemente sono eclatanti: i paesi avanzati hanno pagato il costo della crisi emettendo una quantità enorme di debito. Le implicazioni di tutto ciò sono molteplici; mi limiterò ad accennarne a due, rilevanti per il nostro paese.

In primo luogo la forte domanda di liquidità e la scarsissima propensione al rischio che caratterizza oggi gli investitori è destinata nei prossimi mesi a esaurirsi. Quando ciò avverrà nel mercato vi sarà un considerevole eccesso di offerta di titoli di debito. Il mercato inizierà ad essere maggiormente selettivo e ad attribuire prezzi diversi ai diversi titoli.

Per un paese come l’Italia le implicazioni non sono irrilevanti: dovremo infatti collocare il nostro debito in un mercato in cui vi sarà una offerta molto più elevata di titoli di qualità quali quelli emessi dal governo tedesco, inglese o americano. Il rischio di essere penalizzati da spread crescenti non può essere trascurato.

In secondo luogo occorre considerare che il debito non costituisce altro che un trasferimento intergerenazionale di risorse. In un paese come il nostro caratterizzato già da un elevato livello di indebitamento, da un rilevante problema pensionistico e da un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa non possiamo non porci il problema dell’onere che stiamo mettendo sulle spalle delle generazioni future.

Sostenere i costi della crisi emettendo nuovo debito non può non essere accompagnato da una riflessione forte e chiara su quali siano le politiche più idonee ed efficaci per mettere le generazioni future nelle migliori condizioni per far fronte agli oneri che gravano su di loro. La soluzione della crisi passa dunque anche da politiche quali la riforma scolastica e universitaria e soprattutto da un sistema fiscale che non penalizzi le famiglie come quello attuale.

È forte la tentazione di pensare che le misure tampone dettate dell’emergenza finanziaria possano aver risolto il problema. In realtà occorre rendersi conto che hanno sì evitato il collasso del sistema finanziario, ma ne hanno anche differito i costi nel tempo. Il vero esame di maturità sarà costituito dalle politiche strutturali che riusciremo a implementare per gestire la seconda fase della crisi. Se ci riusciremo potremo veramente dirci un paese avanzato.

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