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CRISI/ Quelle alchimie finanziarie che intossicano il rapporto banche-imprese

Pubblicazione:giovedì 9 aprile 2009

bidone_tossico_R375.jpg (Foto)

Quello che è stato definito il positivo rally dei mercati, partito dopo la prima decade di marzo, potrebbe far pensare che, dopo i ribassi di autunno e di inizio anno, si è formato quasi uno “zoccolo” dai cui valori si dovrebbe scendere o risalire con fluttuazioni fisiologiche settimanali. In sostanza, malgrado l’estrema volatilità che ancora si coglie ogni giorno in piazza Affari, si fa strada la sensazione che il sistema finanziario mondiale, pur dovendo fare i conti con i suoi gravissimi problemi, sia in una fase di stabilizzazione.

 

Il problema è stato circoscritto, anche se forse si è perso diverso tempo in elucubrazioni ideologiche e cocciute divisioni accademiche tra liberisti e interventisti, con le consuete preveggenze che ci si potrebbe risparmiare, dopo le sviste di questi anni. Il problema sono gli asset tossici, la valanga di titoli tossici, nascosti nelle pieghe dei bilanci bancari, soprattutto in America, ma con una triste importanza anche in Europa. Secondo l’ultima stima del Fondo Monetario Internazionale, che uscirà ufficialmente il 21 aprile ma che è stata anticipata dal Times londinese, l’ammontare dei titoli tossici sarebbe di un valore di quattromila miliardi di dollari. Un “pugno allo stomaco” se si paragona alla precedente stima che era esattamente la metà. In particolare, secondo le anticipazioni del Times, ben 3100 miliardi di dollari investirebbero i bilanci della banche americane e gli altri novecento sarebbero sul gobbo degli istituti finanziari europei.

 

Forse basta questa stima fatta dal FMI per comprendere come si sia raggiunto sostanzialmente un accordo tra europei e americani nel G20 londinese. Difficile nascondere a questo punto le responsabilità finanziarie della crisi e soprattutto quelle di marca americana. Difficile opporsi a un riordino della finanza mondiale sullo “shadow banking”, gli hedge fund e soprattutto i “paradisi fiscali”. Difficile infine non pensare al ritorno di politiche economiche con forte immissioni di liquidità da parte statale, anche da parte del liberismo statunitense, di fronte a un disastro che dovrà essere ammortizzato negli anni. E di conseguenza anche una soluzione per gli asset tossici. La positiva conclusione del G20, soprattutto per la sua chiarezza d’intenti e le sue convergenze impensabili fino a qual che mese fa, ha regalato in un giorno un rimbalzo impensabile su tutti i8 mercati del mondo. Da dove è arrivata questa fiducia, per cui si è ritrovata quella che nel gergo della Borsa si chiama “voglia di rischio”? Non sono state solo le convergenze tra i Governi dei paesi che possiedono l’ottanta percento della ricchezza del mondo. E’ stata soprattutto la chiarezza nella “presa di coscienza collettiva” sulle ragioni della crisi e sull’accordo di fondo risolverla.

 

Con questo scenario di fondo, occorrerà mettere a punto quella che si presenta nella situazione italiana. Si è detto e si è riconosciuto che il sistema bancario italiano era più solido, meno esposto degli altri alle acrobazie tossiche. Una volta “sdoganati” i cosiddetti “Tremonti-bond” si è anche giustamente ritenuto che il “Tier 1” delle nostre banche può affrontare con più tranquillità gli stress che la crisi, ormai entrata nell’economia reale portandola fino alla recessione. Insomma, da tutte le considerazioni fatte si pensa che il sistema produttivo italiano, quello che si basa soprattutto sulle piccole e medie imprese, dovrebbe reggere e resistere fino all’inversione del ciclo economico.

 

Eppure, facendo solo dei “brevi viaggi” nel mondo imprenditoriale del Nord, ascoltando le dichiarazioni di presidenti di associazioni o di singoli imprenditori, si capisce che anche l’Italia sta vivendo un rapporto problematico tra banche e imprese. La chiarezza che sta pagando sui mercati a livello mondiale, pare oggi meno chiara nei rapporti tra l’impresa e la banca nel nostro Paese. Sono soprattutto le associazioni dei piccoli e medi imprenditori del Nord che si lamentano, parlando in alcuni casi apertamente di “stretta creditizia”, o comunque ribadendo che ormai per “quattro aziende su dieci” il credito sta diventando un problema (ultima assemblea della Confapi di Milano).

 

Ma non si raccolgono opinioni diverse se si va nel Nord Est, dove c’è sempre una delle più grandi concentrazione di aziende del mondo e sparse in densità impressionante sul territorio. Anche lì, dall’Osservatorio di Mestre ad altre associazioni il ritornello è lo stesso: “Il rischio di finire nella Centrale Rischi perché i clienti sono al momento in difficoltà e allungano sensibilmente i tempi di pagamento”; oppure la considerazione che “Con il costo del denaro a livello europeo tra i più bassi della storia, è paradossale che ci sia lo spread delle banche a mettere alla fine in ginocchio le imprese”. E’ poco chiaro in tutto questo che le lamentele delle piccole e medie aziende italiane arrivino dopo le rassicurazioni dell’Abi (la confindustria delle nostre banche) e quelle dei singoli istituti.

 

E’ possibile che questo diventi il problema vero della fase di crisi che stiamo passando. Gli imprenditori di Milano e della Lombardia, così come quelli di altre parti d’Italia, fanno notare che sinora il primo impatto della crisi è stato assorbito senza ricorrere a licenziamenti e soltanto alla cassa integrazione per le aziende che vivono principalmente di export. Allo stesso tempo si fa notare che, anche durante questa crisi, una piccola e media azienda continua a innovare e dimostra di voler resistere.

 

Infine, si fa notare da parte imprenditoriale che tutti gli interventi governativi sono stati finora mirati agli ammortizzatori sociali e alla ricapitalizzazione delle banche. Anche se questa ricapitalizzazione, per bocca dello stesso ministro dell’Economia, è mirata all’agevolazione del credito alle imprese, non all’aiuto delle banche in difficoltà. E’ un nodo cruciale che non si deve dimenticare o non può essere inglobato in disegni di riordino del solo sistema finanziario.

 

Sarebbe un errore non considerare la forza dell’impresa nella tenuta alla crisi e l’importanza dell’impresa nell’uscire dal tunnel. Sarebbe un elemento di poca chiarezza, dopo il disastro, riconosciuto a livello mondiale, provocato da una filosofia finanziaria e bancaria sbagliata per anni.



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