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PMI/ Scacco alla crisi in tre mosse. Banche e Pa permettendo…

Abolire completamente l’Irap non è possibile, ma misure a favore della patrimonializzazione delle imprese sono senz’altro possibili. A cominciare da una revisione dei criteri di rating adottati dalle banche… GIUSEPPE CALABRESE (Ceris-Cnr) risponde ad un recente articolo di Giorgio Vittadini

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Il recente contributo di Giorgio Vittadini del 6 aprile sulle Pmi che cercano il profitto ma gli vengono suggerite le rendite, consente di cominciare ad approfondire alcuni aspetti di politica per le imprese che in questo periodo di crisi sono stati solo marginalmente trattati.

Giorgio Vittadini suggeriva innanzitutto alcune nuove regole che premino gli atteggiamenti virtuosi come detassare gli utili reinvestiti o eliminare l’Irap.

Se sulla seconda proposta l’esperienza insegna che l’eliminazione totale è una chimera, in quanto mancherebbe la copertura finanziaria, sebbene molti autorevoli esperti e politici si siano espressi in tal senso, una correzione a favore degli atteggiamenti virtuosi sarebbe, invece, altamente auspicabile. È risaputo che questa imposta colpisce il reddito al lordo del costo del personale e grava in parti-colar modo su imprese ad alta intensità di manodopera riducendone la redditività. Inoltre l’Irap spesso viene pagata dalle imprese anche in presenza di una perdita di esercizio andando ulterior-mente ad aggravarla.

Per quanto riguarda, invece, le agevolazioni a favore della patrimonializzazione di tutte le imprese, è sicuramente una strada da perseguire. Basta vedere cosa succede se un impresa in borsa annuncia un aumento di capitale. Lo segnalava già Vittadini che sono molti gli imprenditori che negli anni scorsi hanno potuto spostare sul conto di famiglia consistenti utili di impresa e che decidono di reinvestire questi utili in azienda, convinti che con queste risorse finanziarie riusciranno ad affronta-re il momento di crisi senza pesanti ristrutturazioni.

Tra l’altro queste risorse sono spesso utilizzate a garanzia degli affidamenti bancari e per certi versi sono già considerabili dalle banche come una sorta di capitale proprio, da qui discendono alcune possibili considerazioni inerenti il rapporto tra banca e impresa e l’accesso al credito. Molto è già stato detto, e quindi non mi soffermo sul credit crunch subìto soprattutto dalle Pmi e dalla possibilità di revisionare Basilea 2, ma proprio su come vengono applicate le norme di Basilea 2 si può in-tervenire e qualcuno dovrebbe maggiormente vigilare.

È risaputo che per ottenere un finanziamento dalle banche tutte le imprese sono analizzate tramite i rating che si compongono di una parte tecnica derivante dall’analisi di bilancio e una soggettiva derivante dalle valutazioni della banca. In verità anche la parte soggettiva è composta da valutazioni numeriche sulla base del comportamento dell’impresa. Ad esempio se paga con regolarità, se scon-fina, l’ammontare degli insoluti, la percentuale di utilizzo degli affidamenti, eccetera.

Purtroppo, queste valutazioni soggettive ma numeriche non sono asettiche ma possono dipendere dalle stesse politiche attuate dalle banche: la decisione di ridurre i finanziamenti ad un’impresa che non li utilizza o di modificarne la struttura può peggiorare consequenzialmente il rating soggettivo e quindi aumentare i tassi di interesse. La morale è facilmente immaginabile.

Suggerisco brevemente altri contenuti di politica per le imprese che meriterebbero maggiore spazio.

Innanzitutto, la riduzione dei tempi di pagamento dei soggetti pubblici a 30 giorni (in verità si dovrebbe imporre per tutte le imprese, ma questo è un altro discorso) e norme più stringenti rispetto a quelle proposte dal commissario Ue Verheugen. Forse sarebbe meglio istituire una camera di com-pensazione di tutti i debiti e crediti tra le imprese e lo Stato. Secono la Ue il 7% dei fallimenti è dovuto proprio al ritardo nei pagamenti da parte degli enti pubblici. I fondi per questi pagamenti sono già iscritti a bilancio e non vanno ad incidere sul deficit pubblico. Encomiabile, in tal senso, la proposta del presidente Formigoni di portare a 60 giorni i termini di pagamento della Regione Lombardia dagli attuali 90 giorni, per altre amministrazioni pubbliche italiane spesso si superano i 360 giorni.

In secondo luogo, favorire gli incentivi al consumo, vedi rottamazione e politica per la casa, che anche il premio Nobel Paul Krugman ha riconosciuto come uno dei migliori stimoli economici contro la crisi in grado di generare un positivo effetto moltiplicativo per il reddito.

Infine, incrementare il numero delle opere cantierabili soprattutto per quelle che possono essere attuate in breve tempo come l’edilizia scolastica e già approvate dall’amministrazione locale.

(Giuseppe Calabrese)

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