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FINANZA/ I fondi arabi spaventano le banche europee e americane

Pubblicazione:martedì 26 maggio 2009

Moneta_ArabaR375.jpg (Foto)

I giornali inglesi hanno enormi difetti, primo dei quali la diffusa propensione ad indulgere - siano essi il compassato Times come l’ultimo dei tabloid scollacciati - sul gossip più pecoreccio: sembrano quasi le pagine politiche italiane di questi giorni. Hanno però un enorme pregio: non sono controllati dalle banche e quindi possono permettersi il diritto-dovere di dire loro ciò che pensano.

 

Sabato scorso Damian Reece, dalle pagine finanziarie del Telegraph, ha infatti detto chiaro e tondo a Lloyds e Royal Bank of Scotland, banche entrambe partecipate dallo Stato (quindi salvate con i soldi dei cittadini), che devono rendere noti al popolo-azionista i reali risultati degli stress test che hanno affrontato. Di più, facendo propria la vibrata richiesta avanzata da Bloomberg, Reece ha chiesto alla Fsa (l’ente di controllo dei mercati finanziari) e al Tesoro britannico di levare i loro vincoli e rendere noto tutto in base al Freedom of Information Act, legge che deve valere sempre e non solo per rivelare gli abusi della Bbc e salvare Blair dai suoi pasticci iracheni. La prima infatti vorrebbe rendere note solo le modalità con cui si sono svolti i test, mentre il secondo vorrebbe secretare tutto.

 

Chiara la denuncia del Telegraph: se uno va dal medico e si sente fare la diagnosi ma non riceve la cura, è destinato a morire. Per sapere dove stiamo mettendo i nostri soldi e se quelle banche davvero saprebbero reggere a una nuova ondata di svalutazioni e quindi a un peggioramento del quadro generale, dobbiamo conoscere tutta la verità: qualunque essa sia. È giornalismo, bellezza!

 

In Italia invece l’Abi ha già detto un “no” preventivo alle richieste di stress test per tutte le banche europee giunta da Basilea: eppure anche noi, attraverso i Tremonti-bond, stiamo salvando le varie Intesa e Unicredit, con l’aggravante che gli alti tassi richiesti da Tremonti li stiamo pagando comunque noi con i ritocchini agli spread e i tassi da quasi usura sui finanziamenti. Va beh, poco male.

 

Ma al di là del sacrosanto diritto di sapere dove vanno a finire i soldi dei contribuenti, c’è altro che allarma in Gran Bretagna: entro tre settimane è attesa la terza ondata di crisi bancaria e le domande più ricorrenti sono due. Primo, quante banche saranno in grado di superarla? Secondo, chi sopravviverà come farà a ricapitalizzare visto che gli Stati non possono fare ulteriori sforzi pena il default sul debito e che al mondo non ci sono più emiri pronti a iniettare soldi e comprare quote?

 

Già, nel silenzio generale scopriamo che Abu Dhabi è ridotta male. Metà dei cantieri sono fermi, gli investimenti esteri ormai prosciugati, le proprietà comprate negli anni del boom a forte rischio di ripossessione o fallimento. Per capire la portata del fatto basti ricordare che il fondo sovrano di Abu Dhabi ha letteralmente salvato Citigroup comprando una quota pari a 7,5 miliardi di dollari: non penso di svelare alcun segreto se vi dico che una tra Citi e Bank of America verrà presto nazionalizzata del tutto al fine di evitare l’effetto domino.

 

Già, è questa la situazione in cui siamo: come Aig non poteva fallire perché controparte dei cds delle banche di tutto l’Occidente, così Citi e Bofa devono sopravvivere se non si vuole veder fallire una dopo l’altra almeno 400 delle 600 piccole istituzioni finanziarie che non hanno superato gli stress test di simulazione fatti dal Wall Street Journal.

 

Direte voi, c’è sempre il Qatar, ricco come non mai e già presente in istituzioni come Barclays Bank. Vero, però peccato che a Doha si siano davvero stufati di buttare i loro amati petrodollari nel tentativo di trasformare in cavalli da corsa quei somari degli istituti finanziari europei e ora pensino a loro stessi: ovvero, sviluppo interno al fine non solo di fare concorrenza all’Occidente ma di sotterrarlo grazie non solo alla liquidità ma anche al know how.

 

Lo scorsa settimana la Qatar Holdings, braccio operative del fondo sovrano Qatar Investment Authority ha infatti ridotto la propria quota di partecipazione in Barclays dal 6,4% al 5,8% vendendo 35 milioni di azioni al prezzo di 227 pence per azione, valutazione della chiusura del venerdì precedente. Nulla che faccia pensare a una fuga di massa ma quando si è investito tanto e si comincia a voler scendere e monetizzare, qualcosa bolle in pentola.

 

Quel qualcosa si chiama “Canary Dune”, nomignolo che richiama Canary Wharf, il cuore della City londinese e lo unisce alle dune del deserto: nel silenzio generale, infatti, il Qatar sta assumendo a peso d’oro un esercito di veterani dell’investment banking di Hsbc, oltre ad avvocati d’affari inglesi ed ex membri della Fsa sempre britannica per creare la propria piazza finanziaria, destinata a contare e molto nel giro di poco tempo.

 

Cash e petrolio, un’accoppiata spaventosa. Ma c’è dell’altro che fa capire quanto in Qatar facciano sul serio, mentre noi qui ci arrovelliamo con le avventure da Marcovaldo della più disfunzionale azienda europea del Dopoguerra (chi indovina il nome vince 100 azioni Seat Pagine Gialle…): chi è il procuratore del Qatar? Sir William Blair, fratello del più noto Tony. E il procuratore capo? Lord Woolf, ex procuratore capo di Inghilterra e Galles. Di più.

 

Per chi pensa che in Qatar siano capaci solo di progettare parchi divertimenti parossistici e hotel 7 stelle lusso, sarebbe istruttivo fare un giro nel nuovo campus universitario di Doha dove sei università americane (Georgetown, Cornell, Texas A&M, Carnegie Mellon, Northwestern e Virginia Commonwealth) hanno aperto loro sedi, ufficiali e riconosciute dalle istituzioni educative Usa. Merito dell’intuizione di Sheikha Mozagh, sociologa e moglie dell’attuale emiro: «Ha tentato un approccio anche con Cambridge ed Oxford ma non erano pronti. Il Regno Unito ha perso davvero una grande opportunità», ha dichiarato al Telegraph Tidu Maini, ex rettore dell’Imperial College di Londra e ora direttore del Qatar Science and Technology Park.

 

E da dove viene il direttore della Qatar Financial Centre Authority? Ma dall’Inghilterra, risponde al nome di Stuart Pearce e ci fa notare con piacere che la regolazione qui è tutta basata sulla Common Law britannica. Chi pensava che petrolio in calo e crisi stessero per affondare emirati e dintorni, è servito: è l’Occidente ingessato, sindacalizzato ed elefantiaco dell’asse Merkel-Sarkozy ad essere morto senza saperlo.

 

I soldi del Qatar ora restano in Qatar per sviluppare know-how e capitale umano, le banche europee e Usa si arrangino: ecco perché gli stress test sono così importanti e la terza ondata di crisi fa così paura a Londra, tanto da indurre la Bank Of England ha ragionare sull’ipotesi di 125 miliardi di sterline di liquidità da iniettare in due trance. Ma noi continuiamo pure a tentare la strategica acquisizione di Opel, vera pietra miliare della ripartenza italiana e a far finta di non vedere che l’Abi si comporta come i bambini che inventano il mal di pancia per non andare a scuola e non farsi interrogare: peccato che l’argomento su cui la maestra Basilea voleva testare la preparazione siano i nostri soldi.

 

P.S. Cina e Russia, i grandi accumulatori di riserve, stanno scaricando bond e ignorando le valute: comprano, in compenso, grandi quantità d’oro. Brutto segno.



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