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RICETTE/ Confindustria e quei quattro nodi da sciogliere

Pubblicazione:giovedì 28 maggio 2009

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La relazione del Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia all’assemblea del 21 maggio scorso offre diversi spunti per un’analisi concreta sui nodi da sciogliere per intraprendere la strada del risanamento e dello sviluppo. Vediamo quali.

 

La finanza e le regole. La finanza dovrà ritrovare la giusta collocazione nel sistema economico e non si dovrà mai più scollegare dall’economia reale. Essa rappresenta il polmone indispensabile a favorire la crescita, a sostenere l’economia che investe e crea nuovi posti di lavoro e si dovranno creare le condizioni e le premesse che permettano di favorire gli operatori finanziari ispirati da principi di comportamento eticamente corretti e da criteri di sana e prudente gestione.

Per agevolare tale processo non sono necessarie nuove regole troppo rigide ma sono indispensabili principi condivisi di regolazione, applicati in modo uniforme, e una sorveglianza efficace che ne assicuri il rispetto tenendo presente che la peggior crisi dell’ultimo secolo è stata scatenata dall’avidità di molti operatori favorita da conflitti di interesse mal gestiti, dal coacervo di leggi moltiplicatesi in misura scomposta che ha tutelato l’interesse delle lobby più potenti e ignorato le esigenze e gli interessi che venivano dal basso, da una visione distorta della finalità dell’impresa che vede nella massimizzazione del valore per gli azionisti la bussola che deve guidare chi la gestisce, e da un mercato dominato dall’ideologia della domanda di beni di consumo, anche se superflui, preferibilmente comprati a debito.

 

Il futuro del mercato. Il benessere più diffuso e la più ampia libertà sono indisgiungibili dall’economia di mercato, o meglio, dall’economia sociale di mercato. Pensare che la crisi si risolva attribuendo alla politica il compito di guidare l’investimento, l’innovazione e la creazione di ricchezza significherebbe privare l’economia di mercato e la società civile delle potenzialità che è in grado di esprimere in nome della statalizzazione dell’economia. Lo Stato, per periodi limitati nel tempo e in situazioni eccezionali, può svolgere funzioni di supplenza. In particolare, in presenza di crisi sistemiche come quella attuale, che vedono le imprese in posizione di estrema debolezza a causa della prociclicità che accompagna il ciclo economico e quando situazioni particolari di monopolio creano remore o ostacoli per lo sviluppo (se le imprese giacciono in una posizione di monopolio non hanno interesse a investire in innovazione ed identificano il proprio interesse con il guadagno immediato, deprimendo nel lungo periodo la possibilità di competere nei mercati internazionali).  

 

I motori della crescita e la gestione dell’emergenza. Nell’economia della conoscenza l’innovazione tecnologica è il motore che può dare impulso alla crescita. Ma l’innovazione tecnologica richiede investimenti che possono derivare dal rafforzamento delle garanzie sui prestiti alle imprese, dal sostegno alla patrimonializzazione delle aziende, dal pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e dal credito bancario, che diventa sempre più vitale per tutte quelle imprese schiacciate dalla riduzione degli ordini e dalle difficoltà di incasso dei pagamenti.

Il Paese ha bisogno di riforme strutturali che liberino risorse, riducano l’incidenza della spesa corrente e amplino i margini di manovra di una politica economica sempre più penalizzata dall’entità del debito. Allo stesso tempo ha bisogno di un sistema finanziario con una maggiore capacità e volontà di sostenere le imprese e meno tentato dalle sirene delle speculazioni sui mercati mobiliari (quello che è emerso dalla due giorni dell’Aspen di Venezia è che dietro la ripresa dei mercati si nasconda una mini bolla agevolata da istituti privati che grazie ai tassi ufficiali vicini allo zero e alle enormi iniezioni di denaro delle banche centrali si finanziano quasi gratis e riversano liquidità sulle Borse ridotte fino a poco fa a prezzi di saldo).

 

Gli impegni delle imprese. Gli imprenditori hanno la responsabilità di creare le premesse alla ripresa rafforzando le aziende nella gestione, nell’innovazione e nel patrimonio visto che sono poco capitalizzate nel confronto internazionale. La necessaria crescita dimensionale si può realizzare secondo diverse forme: con forme di aggregazione, con la creazione di consorzi e accordi di rete e di filiera. Le banche e gli advisor finanziari possono assumere un ruolo propositivo in tale processo anche attraverso l’individuazione di nuovi strumenti e soluzioni che lo agevoli. L’amministrazione finanziaria può anch’essa introdurre incentivi che inducano alla crescita dimensionale e al ricorso al mercato dei capitali.

 

Ce la possiamo fare ma a una condizione: occorre fare sistema, tutti gli operatori, le imprese e la classe dirigente devono concentrare i propri sforzi verso comportamenti autenticamente funzionali allo sviluppo, al bene comune e al benessere sociale. 

 



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