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RIMEDI/ Quando il credito delle banche alle imprese non basta

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Forse mai come oggi il rapporto banca-impresa, e in particolare la customer relationship con le Pmi, è oggetto di critiche (clienti) e di difesa d’ufficio (banche), determinando una situazione che, anziché far chiarezza, alimenta un clima di reciproco sospetto.

 

Gli stessi dati sul trend degli impieghi bancari si prestano a interpretazioni non univoche. La decelerazione del ritmo di crescita degli impieghi bancari (+2,80% nei dodici mesi a marzo 2009 contro +3,50% in febbraio) è giustificata dai banchieri in termini di calo delle domande di credito per effetto della recessione. Per la clientela, soprattutto imprenditoriale, sono le banche ad aver in parte chiuso il rubinetto dei prestiti erogati a causa di una politica di concessione del credito molto selettiva.

 

Peraltro si è di fronte a una discesa dei tassi che, per i prestiti in euro alle famiglie e società non finanziarie, hanno segnato, in termini medi annui, una diminuzione dal 5,18% di febbraio al 4,90% di marzo. Quindi calano i prestiti e calano i tassi, ma il risultato è che se da tutti si invoca un cambiamento di rotta per tornare alla crescita, di fatto l’ingranaggio non funziona perché mancano le condizioni per ripristinare un dialogo positivo fra il sistema bancario e le imprese.

 

Vediamo dapprima il lato dell’offerta di credito. Le banche non sono certo insensibili al ritmo di crescita delle sofferenze che, in rapporto agli impieghi, sono passate dal 2,63% del novembre 2008 al 2,96% del marzo di quest’anno. È ovvio che il deterioramento della qualità del credito rende gli istituti bancari più guardinghi nell’erogare i finanziamenti e tende a far accogliere solo le domande di imprese con elevato merito di credito o capaci di assicurare la restituzione del prestito con capienti garanzie collaterali o di rispettare rigidi covenants sull’attuazione dei processi gestionali, specie se innovativi.

 

In definitiva è tramontata la fase del credito “abbondante” e tutto sommato “facile” ed è inimmaginabile ripristinarla anche con i meccanismi messi in moto dagli interventi pubblici per spingere l’offerta di prestiti. Il timore di perdite sui crediti, in una congiuntura che non permette più alle banche di beneficiare di abbondanti fonti lucrative diverse dal margine di interesse (interessi attivi meno interessi passivi) non agevola un rallentamento della severità dello screening e del monitoring delle imprese che chiedono fondi a prestito.

 

Le regole di Basilea 2, per la loro criticata pro-ciclicità, contribuiscono a loro volta a trattenere gli istituti di credito dal mettere in atto una politica del credito che possa minacciare il mantenimento o il miglioramento dei ratios patrimoniali.

 

Dal lato della domanda di credito si pone il problema di capire quante sono le imprese che rispettano i parametri richiesti dalle banche per avere un affidamento e quante invece dovrebbero ricapitalizzarsi prima di indebitarsi con il sistema bancario. La forte flessione dell’attività produttiva non depone a favore di domande di prestito facilmente accoglibili da parte delle banche, ma d’altra parte spetterebbe alle aziende di credito assistere le imprese che sono temporaneamente in difficoltà, valutandole in una prospettiva di going concern, cioè di capacità di ripresa al termine della crisi.

 

Ne consegue un circolo vizioso da cui si esce solo se si pongono in atto provvedimenti che incidano sull’economia reale. È corretto chiedere che le banche sostengano l’economia che investe e che crea occupazione, ma anche sollecitare una politica governativa che premi le imprese che vogliono e sono in grado di produrre beni e servizi.

 

Deve essere chiaro che, da solo, il credito bancario non è la panacea per tornare a crescere, ma che occorre risolvere subito problemi strutturali tra i quali il rafforzamento patrimoniale delle imprese, la riduzione dei loro costi, il miglioramento della loro efficienza per conservare la competitività anche in campo internazionale, una politica fiscale che favorisca il reinvestimento degli utili. Ci vogliono anche relazioni industriali meno ideologizzate e un sistema burocratico pubblico che non scarichi sulle imprese (e sulle banche) i costi delle sue inefficienze.



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