BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ESEMPI/ Così le Pmi evitano i licenziamenti e combattono la crisi

Pubblicazione:martedì 5 maggio 2009

Puzzle_positivoR375.jpg (Foto)

Le ultime settimane hanno condotto a un complessivo rasserenamento nella valutazione di una congiuntura economica che rimane (è bene dirlo subito) ancora di grande difficoltà, ma che comincia a mostrare i primi coerenti segnali di un allentamento della sua forza recessiva.

 

Per quanto attiene in via specifica all’Italia non solo l’indice di fiducia dei consumatori elaborato dall’ISAE è sensibilmente cresciuto, facendo registrare il miglior risultato dal dicembre 2007, ma anche l’indagine congiunturale sulle Pmi industriali realizzata dal Centro Studi di Unioncamere ha mostrato un netto miglioramento nelle aspettative degli imprenditori relativamente al fatturato del secondo trimestre 2009 (anche se il saldo tra gli ottimisti che lo vedono in crescita e i pessimisti che lo stimano in calo resta negativo ma in misura molto inferiore rispetto al risultato registrato nella previsione sul primo trimestre).

 

Risultati ugualmente incoraggianti vengono anche dalla Germania, dove gli indici Ifo hanno registrato un progresso superiore alle attese, e dal Giappone dove, per la prima volta dopo sei mesi, a marzo la produzione industriale è tornata a salire registrando un aumento dell’1,6% rispetto al mese precedente. Anche l’aumento del 3,5% degli ordinativi esteri delle imprese italiane registrato a febbraio sul mese precedente bene si inserisce in una generale sensazione di moderato ottimismo sulla possibilità di uscire dalla crisi.

 

Del resto la stessa Banca d’Italia, nel Bollettino economico di aprile avverte che: «Alcuni dati più recenti [...] suggeriscono un possibile rallentamento della caduta produttiva negli Stati Uniti, in particolare con riferimento al mercato immobiliare e ai consumi. [...]. [In Italia ] si intravedono alcuni segnali prospettici di allentamento della forza della recessione, […] pur se ancora non tali da prefigurare un arresto della caduta produttiva».

 

Certo, restano i dati negativi come il crollo del Pil americano nel primo trimestre dell’anno (-6,1%) o come la conferma della previsione, dopo il Fondo monetario internazionale anche da parte della Commissione europea, di un calo del prodotto italiano del 4,4% nel 2009, ma quello che si registra sembra essere un cambiamento di umore se non definitivo almeno non di breve durata. Anche il recente accordo tra Fiat e Chrysler sembra andare in questa direzione, così come le prime notizie provenienti da Berlino che sembrano indicare un’accoglienza sostanzialmente favorevole da parte del Governo tedesco al piano di Marchionne per assumere il controllo di General Motors Europa.

 

In questo contesto in cui anche i risultati, pur sempre altalenanti, delle borse hanno contribuito a ridurre un pessimismo che sembrava senza fine, è importante rimarcare la straordinaria tenuta complessiva del nostro sistema produttivo, fatto per la stragrande maggioranza da piccole e piccolissime imprese che, tra riduzione massiccia degli ordinativi, difficoltà nella riscossione dei crediti (basti pensare ai ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione), calo generalizzato della domanda e problemi nell’accesso al credito bancario hanno attraversato, e in larga misura stanno ancora attraversando, un periodo davvero di grande difficoltà.

 

Dato atto al Governo di aver ben operato attraverso un uso sapiente della cassa integrazione e degli ammortizzatori sociali in genere, resta il fatto che la stragrande maggioranza di queste piccole attività imprenditoriali si mantiene oggi in piedi avendo alle spalle un numero di licenziamenti che, data la gravità delle condizioni, possiamo considerare ancora davvero limitato. In assenza di ordini e con le vendite in caduta libera la semplice sopravvivenza con la conservazione della capacità produttiva è oggi da considerarsi un grande successo il cui merito, secondo noi, è da ascrivere in misura significativa al senso di responsabilità dei nostri imprenditori.

 

Sono ormai innumerevoli gli esempi (si veda, tra le tante, anche la storia riportata su ilsussidiario.net lo scorso 30 aprile) di imprenditori che hanno saputo instaurare con i dipendenti un clima di partecipazione, di condivisione delle responsabilità e di idem sentire che ha condotto, tra l’altro, a una frequente applicazione dei contratti di solidarietà, nei quali la riduzione d'orario viene finalizzata a evitare la riduzione di personale, e quindi i licenziamenti.

 

Più in generale il nostro sistema di piccole imprese ha saputo autonomamente e responsabilmente imporsi una sorta di codice di disciplina caratterizzato dalla forte propensione a non interrompere in questo momento di difficoltà i rapporti di lavoro. Mai forse come in questa difficile contingenza, imprenditori e lavoratori hanno realizzato di essere parte di un unico progetto e che il superamento della crisi si potrà avere solo attraverso forme di cooperazione sempre più strette.

 

Altro che conflitto tra capitale e lavoro: si è assistito invece in questi mesi a una straordinaria comunione di intenti e di scelte concrete tra chi opera in azienda. È emersa in particolare quella cultura d’impresa capace di guardare lontano, che ben conosce l’assunzione responsabile del rischio e sa che la coesione sociale è un bene di immenso valore in una concezione ampia dell’impresa come «”società di persone”, di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi collaborano con il loro lavoro» (Centesimus Annus, n. 43).

 

Anche il Governo può fare ancora molto per premiare il senso di responsabilità delle nostre imprese. Tra le tante possibili misure ci sembra qui particolarmente interessante e meritevole di una riflessione non frettolosa l’idea, recentemente proposta dal Segretario generale di PmItalia, l’Associazione delle piccole e medie imprese italiane, dell’eliminazione dell’Irap, almeno per il 2008 e il 2009, per quelle imprese che non hanno licenziato. È noto come l’Irap sia una delle imposte più difficili da digerire per i nostri imprenditori (lo ricordava recentemente in modo molto efficace anche Giorgio Vittadini sul Riformista) perché di fatto penalizza le imprese che fanno più occupazione: potrebbe essere una buona occasione per ridurne l’impatto e preparare il terreno per una sua futura auspicabile eliminazione.

 

Certamente la recessione non è oggi ancora finita e, in questo senso, bene ha fatto recentemente il Ministro Tremonti a ricordare che, anche se si intravede la Pasqua, rimane tuttavia di mezzo ancora la Quaresima. Ma con un sistema imprenditoriale che ha dimostrato di saper dare valore alla coesione sociale in un’ottica di sviluppo di lungo periodo, sembrano esserci tutte le condizioni per percorrere con fiducia anche l’ultimo pezzo di strada al buio prima della luce della ripresa.



© Riproduzione Riservata.