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EIRE/ Quel modello che mette in scacco il club della finanza facile

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La quinta edizione di EIRE giunge in momento molto particolare. Dopo la grande fase dello smarrimento dello scorso autunno, siamo passati per un periodo di sostanziale attesa da parte del mercato che le cose ricominciassero a muoversi per il verso giusto. Ora che entriamo nel secondo semestre del 2009 sembra esserci qualche primo segnale di ripresa.

 

È in questo momento che Expo Italia Real Estate (EIRE) apre i battenti (dal 9 al 12 giugno in FIeramilano), e non lo vuole fare in modo dimesso e discreto, bensì in modo deciso, chiaro, forte delle opportunità che in essa sono offerte alla community del real estate. Questa manifestazione può diventare oggi un’importante opportunità di rilancio del settore, un evento che giunge nel momento migliore per dare una scossa agli uomini e alle imprese pubbliche e private che operano nel real estate italiano e internazionale così che chi ha la possibilità reale di operare lo possa fare nel contesto migliore.

 

Innanzitutto la fiera è il palcoscenico per una crescita e uno sviluppo positivo del territorio: EIRE ha sempre messo a tema e cercato di consolidare la comunità del real estate, tentando di dare sempre maggior consapevolezza ai suoi componenti della responsabilità e dell’importanza che la riqualificazione delle città ha per lo sviluppo economico generale. EIRE si pone dunque come momento di rilancio. Un rilancio che richiede una presa di coscienza da parte di tutti gli operatori delle proprie responsabilità, che possa segnare una svolta per tutto il sistema.

 

Questa crisi ha messo in luce alcuni punti critici: innanzitutto ha messo in discussione il modello economico finora utilizzato, dove la finanza era diventata una magico moltiplicatore di possibilità di spesa, di consumi e di ricchezza. In particolare per il settore del real estate questo ha significato avere al centro non la sostenibilità dei progetti, ma l’investimento finanziario sempre e comunque, così da ottenere risultati immediati per la banca e sempre più margini e utili poi rivelatisi illusori.

 

In secondo luogo ha rivelato come gli operatori immobiliari erano diventati più “commercianti” che imprenditori, semplici rivenditori di spazi, di immobili o di aree, piuttosto che sviluppatori nel vero senso della parola. In sostanza, La crisi ha rivelato come il movente dell’attività imprenditoriale era diventato una concezione di economia basata sull’ottenere successo subito e ricchezza a qualsiasi costo.

 

Anche la pubblica amministrazione si è caratterizzata per un burocraticismo esasperato e per la strenua difesa delle aree pubbliche e private senza però idee e progetti di sviluppo, favorendo il puro immobilismo.

 

Oggi siamo costretti a tornare alla realtà, a un real estate sano che tenga conto della responsabilità strategica che questo settore ha per l’economia di un paese. Il real estate è oggi una vera e propria industria che riguarda molteplici professionalità e attività: investitori e operatori finanziari, politiche per la casa, architetti e progettisti, sviluppatori, operatori nell’ambito del retail, del turismo, della logistica e del terziario, imprese edili, cooperative e consorzi, consulenti e gestori.

 

Lo sviluppo del territorio è motore strategico dell’economia e deve saper tener conto del luogo in cui opera, della cultura e della tradizione di una Paese o di un territorio. È necessario cioè tornare a fare davvero gli imprenditori: la soddisfazione non è nella sola ricchezza ma nella passione di portare a termine un progetto non solo per sé ma anche per il bene di tutti. La vera soddisfazione è rispondere a questa responsabilità.

 

Per questo oggi viene chiesto al mercato un radicale cambiamento: al sistema finanziario un appoggio solido di capitale impiegato e una reale capacità dei progetti di generare reddito sufficiente a ripagare le fonti finanziarie. È necessario anche un ritorno al ruolo sociale del banchiere che sappia consigliare gli imprenditori e sappia erogare credito a quelli che lo meritano. Il rischio d’impresa non significa solo capitali, ma valori di crescita sostenibile, tipici delle aziende solide.

 

Al sistema imprenditoriale è chiesto di sapersi assumere l’onere di un progetto sano di sviluppo, scommetterci le proprie risorse fino in fondo. Infine all’interno del sistema pubblico, i dirigenti pubblici devono sapere ridurre il peso della burocrazia e della poca trasparenza e i politici devono avere una visione chiara delle opportunità di sviluppo del proprio territorio. Il mercato necessita da chi governa il territorio regole chiare, il controllo della loro attuazione e un dialogo positivo con il settore privato.

 

Così da poter attrarre anche investitori internazionali sul nostro territorio. La fiera che inizia oggi vuole dare un suo forte contributo a questa svolta non solo imprenditoriale, ma anche sociale e culturale delle persone che compongono questo settore.



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COMMENTI
09/06/2009 - --- (tito rabini)

Sì, per troppo tempo la finanza è stata sinonimo di speculazione. Speriamo che la lezione serva per il futuro, ma se i registi non cambiano ... occorre un forte impeto dell'imprenditoria. Che nasca dal popolo.