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DOPO IL G8/ 2. Il "decalogo globale" manda in pensione le vecchie ideologie

Il vertice dei Grandi della Terra, oltre a ribadire il fallimento di un certo modo di concepire l’economia, sembra aver posto anche le base per una sua ripartenza

Omini_ValigettaR375_17mar09.jpg (Foto)

Difficile negare il successo e anche l'importanza del G8 che si è svolto all'Aquila. Il fatto è che, dopo la “campagna contro Berlusconi” di queste settimane, il G8 dell'Aquila è diventato quasi un test solo italiano e non tanto una riunione internazionale, dove i problemi dell'economia mondiale erano al centro della discussione. Invece quello che è emerso sull'andamento dell'economia e sul futuro ruolo della finanza è stato importante. Certo,  siamo sempre nel campo dei grandi principi e nell'enunciazione delle grandi linee.


Non c'è dubbio che si assista a un'importante inversione di tendenza, ma ora è necessario passare dalle grandi dichiarazioni d'intenti a una sorta di normativa internazionale, per fare in modo che a una crisi globale si risponda con una sorta di “decalogo globale”. Si può affermare che l'analisi sulla crisi sia ormai unanime tra “i grandi”. Si può  aggiungere ad esempio  che la volontà a “non far fallire” le banche, cioè i naturali intermediari finanziari che assicurano liquidità agli investimenti delle imprese, è stata largamente condivisa. Non a caso si ripensa al fallimento di Lehman Brothers con fastidio, come a un errore che ha causato altri danni alla crisi già in corso. Bastava modificare il modo di operare della banca d'affari e consegnarla a un ruolo di normale banca commerciale.


Ma di certo, nel momento in cui si conviene che le banche non debbano fallire, si mette in discussione tutta la “filosofia di banca” che è stata caratterizzata in questi anni di follia e che ha portato il mondo  alla grande crisi. Alla fine delle analisi di questi mesi, si è capito che la banca è certamente un'impresa, ma è anche un'impresa di carattere particolare, che non ha la funzione di massimizzare i suoi profitti e di creare, innanzitutto, valore, ma ha quella principale di essere un “polmone” per l'economia reale e i suoi protagonisti, cioè le imprese.


Di conseguenza, tutta la finanza creativa, quella che alcuni economisti hanno  definito con una certa brutalità  “supermarket finanziario”, viene ridimensionata, vista come un'attività che non è più quella principale delle banche. Non è un caso che siano state letteralmente “tagliate le unghie” alle  “stelle di Wall Street”, le famose banche d'affari che operavano indisturbate sul mercato finanziario mondiale. Ora il problema che si presenta, nel momento in cui si cerca una via d'uscita alla crisi, è quello di non rinnegare una certa innovazione finanziaria, che in alcuni casi può anche essere utile, ma di regolamentarla secondo le esigenze fondamentali.


Questa ripresa di una visione comune da parte dei “grandi”, manifestata anche dall'ultimo G8, ci sembra segni una storica inversione di tendenza, anche se, ripetiamo, occorrono ancora una serie di provvedimenti non troppo invasivi che regolino il mercato. Più in generale, ci sembra che le ultime riunioni internazionali segnino il recupero di una visione sociale ampia, anche globale, che si era smarrita fin dalla fine degli anni Settanta. Qui non si tratta di mettere in discussione la deregulation, che è stata anche necessaria, ma di limitare gli eccessi di un modo di pensare che emerse nel momento in cui implodeva il comunismo e si ritirava l'economia keynesiana.


Era giusta la battaglia che si faceva contro l'invasività dello Stato nell'economia, ma scivolare fino alla teorizzazione del “privatismo”, come si fece all'Università di Blackburn in Virginia, con la riscoperta e il rilancio di Von Hayek e sulla spinta delle teorie di Milton Friedman, ha portato a prendere come se fosse “oro colato” una frase di Margaret Thatcher: «La società? Non esiste».

Esistono cioè gli individui, soggetti singoli, esseri umani che sono prevalentemente soggetti economici tesi a massimizzare i loro profitti. In sintesi, per rispondere all'invadenza degli stati nell'economia, secondo i modelli keynesiani, si è scivolati in un opposto pericoloso, dove le società diventavano aggregati di individui, somme di interessi individuali. Un radicato economicismo determinava lo stesso comportamento degli uomini regolato dal principio della massimizzazione: “L'uomo è un essere economico e massimizzante”.


Il “privatismo” è poi scivolato nel “mercatismo” di quest'epoca globale, ed è stato accettato sia da destra che da sinistra, in contrapposizione a quella che quasi spregiosamente viene chiamata “economia sociale”. I risultati di quella visione hanno in conclusione appannato qualsiasi discorso credibile e reale sulla necessità del “bene comune” e sulla funzione che hanno i vari protagonisti dell'economia e della finanza.

Il fatto che oggi, nell'ultimo G8, così come in tutte le riunioni internazionali, si recuperi il concetto di una crescita a lungo termine, si contesti il fattore “massimizzante” e si ricerchi una coordinazione nell'intervento secondo le necessità di una società globale è già la presa di coscienza di un fallimento ideologico e di uno smarrimento di ruoli funzionali per una società globale più equilibrata.

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