BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

J'ACCUSE/ L'imprenditore di Prato: senza aiuti né difese. Così un milione di italiani rischiano di perdere tutto

Messo in difficoltà dalla concorrenza cinese, cresciuta pericolosamente a causa di esportazioni a basso costo e dumping valutario nel biennio 2005 e 2006, il nostro tessile ha subito la mazzata della crisi. ALESSANDRO COCCI, di Lanificio Cocci Stefano Srl di Prato, lancia l'allarme

seta_filatiR375.jpg(Foto)

I piccoli imprenditori del tessile sono in agitazione perché la misura è colma. Alessandro Cocci, titolare del Lanificio Cocci Stefano Srl di Prato, ha scritto al ilsussidiario.net per lamentare lo scarso o nullo interessamento della politica italiana per il nostro settore tessile. Per non parlare delle rappresentanze imprenditoriali: «posso capire chi fa il ministro - spiega Cocci - ma non chi rappresenta gli imprenditori sul territorio: possibile che non riesca a comunicare quello che succede?»

Messo in difficoltà dalla concorrenza cinese, cresciuta pericolosamente a causa di esportazioni a basso costo e dumping valutario nel biennio 2005 e 2006, il nostro tessile ha subito la mazzata della crisi. Ma non è tutto: c’è anche il nemico “interno”. Perché il made in Italy, continua Cocci, è il paravento per operazioni di marchio di cui si avvantaggiano le grandi firme, ma il prodotto - il vero prodotto fatto in casa nostra - non è minimamente tutelato.

Ilsussidiario.net ha raggiunto Cocci, per farsi raccontare a viva voce la crisi di uno dei nostri settori di punta.

Lei cosa fa, Cocci?

Lanificio Cocci Stefano fa tessuti in cotone dal 1936. Abbiamo 25 dipendenti, con un fatturato di 8 milioni di euro. Noi facciamo semilavorati: il nostro cliente è il confezionista, o la “firma”, come si dice. Siamo sempre stati al passo, seguendo i trend di mercato. Ma la crisi che sta investendo l’economia ha aggravato la già difficile situazione nella quale si trova l’intero settore dal 2005. Abbiamo subito prima di tutti la concorrenza dei paesi emergenti, Cina in testa: i nostri clienti, sia di fascia bassa sia di fascia alta, già da tempo si sono rivolti alle importazioni, facendo diminuire gli ordinativi. La crisi ora sta facendo il resto.

Quanto la crisi stia mettendo tutti all’angolo, lo sappiamo, anche se alcuni lo negano. A Prato com’è la situazione?

Chi dice che la situazione non è critica parla di un altro mondo che esiste solo nella sua testa. Le posso dire che noi, come produttori di tessuti in cotone, ci serviamo di chi fa le filature. Negli anni ‘90 c’erano in Italia 140 impianti che producevano filati di cotone, ora ne sono rimasti quattro o cinque. Il risultato? Si deve importare.

Vada avanti.

A fare i finissaggi di tessuto sono le aziende più grandi, che raccolgono sempre un numero importante di aziende: il finissaggio di cui siamo clienti ne raccoglie 60, 70. questo per dare un’idea delle dimensioni. Per quarant’anni i finissaggi hanno lavorato 24 ore al giorno, sabato compreso, ma ora si sono ridotti a lavorare 3 giorni a settimana.

Nessuno si è salvato, insomma.

I finissaggi fanno parte della grande catena produttiva del distretto, al pari di noi: ma se gli anelli si spaccano, la catena crolla. È quello che puntualmente è successo. E quando queste aziende, che hanno fatto grandi investimenti in macchinari nello spazio di anni e possiedono una grande tradizione di know how, chiudono, è finito tutto.

Contro la Cina non c’è nulla da fare?

Lo stato in Cina ha messo su un apparato produttivo enorme. Non si può pensare che facciano solo prodotti di bassa qualità, tutt’altro. Hanno una gamma diversificata, con aziende meno brave e aziende più brave. Il loro punto debole sono i piccoli lotti, perché sono aziende gigantesche, fatte per far fronte a grandi lotti di produzione. Noi invece essendo piccoli riusciamo a soddisfare tutte le esigenze.

Come siete usciti dalla crisi del tessile di cinque anni fa?

Eravamo capitalizzati, nel 2004 abbiamo fatto il trasloco dell’azienda e nel 2005 abbiamo addirittura fatto grandi investimenti - rispetto al nostro fatturato - in macchinari e infrastrutture, programmi e software. Ci siamo indebitati e ora i rating delle banche ci stanno penalizzando.

Lei ha personale in Cassa integrazione?

Sì, quattro persone su 25. E le posso dire che è un fatto generalizzato. Ogni mese vado all’Unione Industriale Pratese a firmare l’accordo con i sindacati. Danno un appuntamento ogni dieci minuti per azienda e quando arrivo sembra di essere in un ambulatorio affollato. Molto, molto affollato. Siccome a Prato siamo in generale, solo per il settore, nell’ordine di 25 o 30mila addetti, non temo di fare un paragone con la Fiat. Se poi aggiungiamo anche l’indotto, otteniamo un distretto di proporzioni nettamente superiori. Ma della Fiat, almeno in passato, qualcuno si è occupato, di noi no.

È un po’ che si parla di alcuni deboli segnali di ripresa che legittimano un certo cauto ottimismo. Lei ne vede?

Assolutamente no. La stampa locale è un bollettino di guerra, tutte le settimane chiudono aziende importanti. Questo è il termometro vero.

Chi tutela i vostri interessi a livello territoriale?

Avremmo l’Unione Industriale Pratese, che fa capo a Confindustria. Gli aiuti della Ue mi sembrerebbero doverosi, invece non ci sono stati. Ma i nostri politici o dirigenti di associazioni forse non sono efficienti come quelli spagnoli e portoghesi.

Voi allora cosa chiedete?

L’Ue dà fondi per la reintroduzione dei lavoratori in esubero in altri settori, ma a Prato questi settori non ci sono. Quello che ci vuole davvero è un sostegno per il mantenimento della filiera produttiva, perché gli operai restano impiegati solo se le aziende lavorano e producono. Il fatto è che qui non si possono fermare le macchine per sei mesi come alla Fiat, in attesa di un aumento degli ordini. Qui, quando le macchine si fermano, arrivano indiani e cinesi e comprano tutto a prezzi stracciati. E il know how di una tradizione centenaria va disperso.

Ma allora la causa di tutto qual è?

Il mercato fermo - e questo lo dobbiamo alla crisi - e la concorrenza sleale da parte dell’Asia. Il tessile industriale nella Ue è solo in Italia ed è qui che siamo bistrattati. Non mi sorprende che la Ue non tuteli il settore, mi aspetterei che lo facesse il nostro paese. Perché aiuta le banche e l’auto ma non il tessile, che ha quasi un milione di addetti?

Il governo ha varato misure per ricapitalizzare le banche e far arrivare soldi alle imprese, ma le banche dicono di non poter finanziare tutti.

Le banche hanno chiuso i rubinetti e al tessile non danno un euro. Lo sa che a un dipendente che lavora nel settore tessile le banche non danno alcun tipo di finanziamento? Figuriamoci all’impresa. Al tessile, che è ritenuto ad altissimo rischio, le banche non danno più un euro. Ancor meno finanziano alcun tipo di progetto. Danno credito solo a chi ha soldi e garanzie. Non voglio demonizzare le banche, che sono imprese private e devono fare profitti. Ma Basilea 2 dà alle banche criteri folli e noi ne paghiamo le conseguenze. È anche vero che non è compito nostro risolvere questo problema.

E tutti i discorsi sul Made in Italy?

Il made in Italy? Per quanto ci riguarda, non è minimamente tutelato né preso in considerazione. A Prato abbiamo qualche decina di migliaia di cinesi illegali che producono made in Italy per tutta l’Europa e lo esportano in nero.

Parla di contraffazione?

Non necessariamente. C’è il contraffatto, che è la copia di prodotti firmati, e poi c’è una produzione che non ha marchio ma che è fatta in Italia, anche se da persone irregolari, e che viene esportata in Europa e nel mondo. A prato producono una camicia da donna a 1,60 euro di costo di produzione. A noi costerebbe dai 14 ai 15 euro. Astutamente hanno approfittato di questa situazione, e vendono in Polonia quella camicetta a 5 euro. Ecco come siamo riusciti a tutelare il Made in Italy.

L’Italia stessa è ai primi posti per la contraffazione, lo sapeva?

Di chi importa merce dall’estremo oriente e poi mette il cartellino made in Italy non so e non parlo. Parlo però dei cinesi di Prato, che non emettono una fattura nemmeno per sbaglio, non pagano contributi e non hanno timore di nessuno controllo. E sa perché? Perché ogni anno chiudono la ditta e ne riaprono una nuova, così il fisco non ha il tempo di controllare. Se arriva, non trova più nulla.

Cosa ne pensa del provvedimento anticrisi del governo, e in particolare della defiscalizzazione degli utili reinvestiti?

Bisognerebbe chiedere quante aziende del tessile fanno utili oggi. Dove sono? Mi sembra un provvedimento fuori tempo massimo. Basta prendere i bilanci delle aziende per vederlo. E anche se gli utili ci sono, chi ha la prospettiva di fare investimenti? Questo dimostra quanto la politica è lontana dalla realtà; posso capire chi fa il ministro, ma non chi rappresenta gli imprenditori sul territorio: possibile che non riesca a comunicare quello che succede?

Cosa manca davvero?

Una vera tutela del prodotto su scala nazionale e un controllo delle importazioni di qualsiasi prodotto tessile, soprattutto dalla Cina. La dogana cinese è fiscale, controlla tutto, blocca la merce per mesi e se non risponde a determinati requisiti la rispedisce al mittente. Perché nessuno invece dice quanti container vengono controllati su 10mila che arrivano al porto di Napoli? Intanto cominciamo a controllare ciò che compriamo. Per non parlare della loro moneta: con uno yuan rivalutato del 40% le cose sarebbero molto diverse. I clienti della Cina sopportano tanti disagi su qualità e tempi di consegna proprio in virtù di una convenienza gonfiata a dismisura.

Lei come aiuterebbe le imprese di settore?

Con aiuti diretti, visto che attraverso le banche non si ottiene nulla. Le banche si preoccupano della cosiddetta “selezione del merito di credito”. Guardi che selezionare le imprese da finanziare è più semplice di quel che sembra. Si istituiscano a livello di Camere di Commercio delle commissioni che vanno nelle aziende, vedono quel che c’è dentro - perché un imprenditore capisce subito da quel che vede - e prendono in mano i bilanci degli ultimi tre anni. Allora si vedono subito quali sono le imprese in grado di affrontare il mercato. Come ha fatto la Cina: ha dato il 18% di premio alle aziende che esportano, proprio come abbiamo fatto noi negli anni ’60.

© Riproduzione Riservata.
COMMENTI
14/10/2009 - Un'altra strada sarebbe.... (forno lodovico)

Un'altra strada sarebbe quella di raccogliere le aziende in associazioni federative. Mi spiego: nella dinamica dei costi, le grosse aziende utilizzano la loro economia di scala superiore per comprimere i prezzi dei loro fornitori, dei conti correnti e di tutti quei cespiti in cui una economia di scala può fare la differenza, senza strozzare nessun nella filiera a s'é connessa. Io credo che molti piccoli imprenditori oggi aderirebbero ad associazioni che si proponessero di rappresentarli in blocco nelle trattative commerciali con le banche, con i fornitori di materia prima (che normalmente sono 10 o 100 volte più grandi di loro), per il costo dell'energia con l'ENEL (che è enormemente più grande di loro) etc etc. Nel Veneto recentemente una banca ha rifiutato finanziamenti ad alcune aziende. Questo si sono rivolte al sindaco del paese che li ha rappresentati in un confronto con la banca minacciando di portare via i conti correnti di tutti le aziende del paese (ovviamente anche gli altri imprenditori erano d'accordo). Risultato. La banca ha concesso i finanziamenti inizialmente rifiutati. E' chiaro che con questa logica l'imprenditore dismette una parte della propria autonomia decisionale. Ma questo mi sembra che possa fare bene alla lunga alla sua azienda... Cordiali saluti Lodovico Forno