BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DIBATTITO/ Le fondazioni possono davvero liberare i servizi pubblici locali?

Pubblicazione:

Bicchiere_prigioneR375_21ott08.jpg

La fondazione può svolgere tutte le attività ritenute necessarie e funzionali al perseguimento dello scopo statutario. Tra queste rientrano anche le “fondazioni holding”, ossia quelle fondazioni il cui statuto preveda, quale scopo, l’obbligo da parte della fondazione di devolvere i risultati della gestione amministrativa del proprio patrimonio ovvero dell’impresa esercitata ad altra fondazione (ovvero ad altro ente non lucrativo o ancora ad un ente locale) destinata ad utilizzare tali proventi in attuazione dei propri scopi statutari.

 

La fondazione holding svolge il ruolo di gestire le quote di partecipazione che essa detiene in tutti gli enti, le società o gli altri organismi di diritto privato ovvero quello di assumere direttamente partecipazioni in organismi privati. Nel caso della fondazione holding, lo scopo di pubblica utilità imposto dal codice civile risulta realizzato in via mediata. Accanto all’ipotesi della fondazione holding, vi è anche quella della fondazione che partecipa a società di capitali, ovvero la costituisce, finanche assumendone il controllo.

 

A queste si aggiungono le fondazioni di origine bancaria, persone giuridiche private senza fini di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale, che perseguono esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico, secondo quanto previsto dai rispettivi statuti. Si può pertanto ribadire che la legge ha affidato una missione alle fondazioni che hanno assunto la veste di enti privati, ma con finalità di interesse collettivo.

 

Sia Paola Garrone su questo sito, sia l’ex ministro Linda Lanzillotta su Il Sole 24 Ore di domenica 5 luglio hanno sottolineato l’importanza di affidare alle fondazioni di origine bancaria la gestione “territoriale” dei servizi pubblici locali. L’idea è indubbiamente suggestiva e degna di approfondimenti tecnico-organizzativi, utili per verificarne l’effettiva portata e sostenibilità.

 

Tuttavia, prima facie, occorre ricordare che le fondazioni bancarie perseguono un’ampia gamma di finalità di pubblica utilità a favore del territorio in cui esse sono radicate. Ne consegue che, forse, attesa l’importanza strategica dei servizi a rete di cui si tratta, sarebbe più efficace immaginare una gestione delle public utilities separata dalle altre attività che concretano l’oggetto sociale delle fondazioni. In questa direzione, per esempio, si potrebbe pensare (come già accade in alcune situazioni) alla costituzione di una srl-impresa sociale ovvero di una fondazione di partecipazione, costituita dalla fondazione bancaria e dagli enti locali interessati, che conferiscono quanto di loro pertinenza.

 

Una siffatta fondazione si caratterizzerebbe per la presenza, nello stesso “contenitore” giuridico-organizzativo, dei rappresentanti dei cittadini-utenti e degli enti locali, per il vincolo alla non distribuzione dei profitti, in quanto il reddito verrebbe re-investito interamente nello sviluppo delle reti e degli impianti

 

Alternativamente, sarebbe interessante esplorare le potenzialità dell’istituto del trust applicabile alle fondazioni di origine bancaria, per cui queste ultime agirebbero in qualità di trustee di un patrimonio (le reti e/o gli impianti di produzione) a favore di una collettività di beneficiari (i cittadini-utenti), il cui “guardiano” risulta essere proprio l’ente locale.



© Riproduzione Riservata.
 

COMMENTI
17/07/2009 - salvare le virtù della libera concorrenza (CARLO CAZZANELLI)

E' ovviamente interessante esplorare le potenzialità di una «srl-impresa sociale ... costituita dalla fondazione bancaria e dagli enti locali interessati». A mio avviso, peraltro, tale newco dovrebbe avere eminentemente un mandato di indirizzo-appalto-controllo, mentre, quando parliamo di «reddito», pur se col condizionale di «re-investirlo interamente nello sviluppo delle reti e degli impianti», non dovremmo privarci delle potenzialità di qualità-sviluppo tipiche del rapporto di libera concorrenza, applicabile anche alle «public utilities»; altrimenti rischieremmo di - scontare nel tempo un minus del suddetto beneficio in rapporto ai costi sociali complessivamente sostenuti - un plus di potere/discrezionalità del gestore pubblico-partitico, pletorato da lacciuoli (fondazioni bancarie non esenti) e da tentazioni talora inconfessabili. Esempi? - virtuosa l'esperienza (purtroppo contrastata) della scuola parificata e della sanità convenzionata - meno virtuoso il rapporto costi/benefici implicato dalle imprese "para-pubbliche" operanti in ambiti protetti rispetto alla libera concorrenza. Che fare? Per il bene comune, dovremmo perfezionare il sistema di regole italiane e comunitarie a presidio delle dinamiche socio-economiche, onde consentire, anche nei servizi alla polis, sia alla libera concorrenza sia all'azione dei "partiti"-"fondazioni" di esplicare il meglio delle loro potenzialità e di contenere il peggio dei loro intrinseci difetti