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DECRETO ANTICRISI/ Pammolli: ora subito un piano per il 2010 su Mezzogiorno e previdenza

Pubblicazione:giovedì 2 luglio 2009

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«Lo spirito del provvedimento sta nel tentativo di ricreare fiducia all’interno del sistema delle imprese e per questo è positivo», dice Fabio Pammolli, direttore dell’Imt Alti studi di Lucca, a proposito della recente manovra anticrisi del governo. Ma per affrontare le sfide più importanti occorre un piano di lungo corso. Lo stato? «Deve far rispettare le regole, dare servizi, fornire qualità delle infrastrutture e del capitale umano». Solo così il governo potrà metter mano alle riforme: Mezzogiorno, previdenza, attuazione del federalismo. Rispettando il rigore dei conti.

 

Pammolli, cosa pensa del decreto anticrisi del governo?

 

Il provvedimento è positivo: si definiscono linee di intervento in favore dell’occupazione e delle imprese che aiuteranno a concludere l’anno e a impostare il 2010. Questo è molto importante perché rimango convinto che le implicazioni della crisi, in termini di occupazione, saranno gravi, soprattutto nella seconda parte dell’anno, quando potrà esserci un problema di rifinanziamento ulteriore delle misure già prese.

 

E nel merito?

 

Le misure per le imprese mi paiono buone, perché per quanto riguarda il lavoro intervengono per assicurare la continuità del rapporto di lavoro e confermano gli interventi fatti in precedenza sugli ammortizzatori sociali; sulla detassazione degli utili reinvestiti, rispondono a un’esigenza di ammodernamento del sistema industriale. Non sono riforme strutturali, ma è anche vero che ci troviamo in una situazione in cui la finanza pubblica è gravata da una massa di debito che impedisce ogni intervento reale più forte.

 

Una stimolazione fiscale non sarebbe stata più efficace della detassazione degli utili di impresa?

 

Lo spirito del provvedimento sta nel tentativo di ricreare fiducia all’interno del sistema delle imprese, per far sì che esso si senta parte di un gioco cooperativo con gli attori sociali. Rispetto a misure indifferenziate, aver puntato sulla bilateralità - con gli ammortizzatori sociali - e sul ripristino di condizioni migliori nel mercato del credito, dando più responsabilità alle imprese - che potranno avvalersi degli sgravi solo se faranno precisi investimenti - credo che sia un meccanismo per chiamare ciascuno a svolgere il proprio ruolo in un momento in cui le risorse sono scarse.

 

Basterà, oppure lo stato non ha fatto abbastanza?

 

Nei prossimi mesi una visione più ampia di cosa deve essere la nostra politica economica nell’anno venturo, porrà essere senz’altro utile. Occorre prepararla, senza nutrire aspettative miracolistiche sullo stato salvatore. Abbiamo avuto la fortuna di non aver avuto grandi bailout. Lo stato deve far rispettare le regole, dare servizi, fornire qualità delle infrastrutture e del capitale umano. È questo il suo mestiere. Non riponiamo aspettative eccessive nelle capacità dello stato di salvare tutti. Sarebbero ingiustificate.

 

Facciamo un passo indietro: le banche. I Tremonti bond sono la misura appropriata?

 

Per i grandi istituti di credito con esigenze di incrementare il proprio grado di patrimonializzazione, sì. Se è vero che nei bilanci non c’erano asset tossici, è vero però che ci sono state operazioni di merger e di finanza straordinaria che hanno creato problemi alle nostre banche più grandi. Certamente non lo sono per tutto il sistema delle casse e degli istituti di credito a valenza più locale.

 

Le imprese lamentano la stretta creditizia, i banchieri dicono di non poter fare credito a tutti coloro che lo chiedono, perché serve prudenza. E Tremonti, ancora settimana scorsa, ha detto che il governo ha ancora «questioni aperte con le banche»…

 

È un problema strutturale, e non risolto, del nostro sistema bancario. Esso è molto forte là dove sono state e sono forti le relazioni territoriali; ma lo è stato di meno nella valutazione dei contenuti specifici di progetti di investimento. Si è sempre andati più sulla fiducia dell’imprenditore che si conosceva o che aveva dimostrato la propria reputazione in termini di onorabilità, piuttosto che non sulla valutazione dei progetti.

 

E una volta scoppiata la crisi?

 

Ritengo che nei mesi scorsi ci sia stata, all’interno delle banche una forte avversione al rischio, che ha fatto sì che i funzionari abbiano preferito non decidere piuttosto che assumersi la responsabilità di concedere credito. Complice anche la svalutazione dei corsi azionari, si è risposto a questa situazione di crisi sul mercato del credito innalzando forse eccessivamente l’avversione al rischio. Non è facile in queste condizioni per le imprese intraprendere programmi di investimento. Credo che la verità, come spesso accade, stia nel mezzo. In ogni caso la situazione del credito sta ora penalizzando le imprese più piccole.

 

Nei giorni scorsi, anche a causa del richiamo della Ue, il nostro sistema pensionistico è nuovamente finito sul banco degli imputati.

 

La coperta è corta e la riforma del nostro welfare, se si vogliono potenziare - come dice il Libro bianco - gli istituti di “vita buona nella società attiva”, non può che passare da una riduzione del peso della spesa pensionistica pubblica sul Pil. È inevitabile.

 

Dobbiamo lavorare di più?

 

Sì, se pensiamo che noi italiani abbiamo un’aspettativa di vita più alta ma una vita attiva inferiore rispetto alla media europea. Lavoriamo circa 3,5 anni e in alcuni casi 5 anni in meno dei nostri partner dell’Europa a 15. Dobbiamo assolutamente ripristinare un equilibrio tra vita attiva e vita in quiescenza che tenga conto di tutto questo e dobbiamo farlo in modo virtuoso.

 

In che modo? Riforma dei parametri di calcolo o sistema a capitalizzazione?

 

Direi entrambi. Dal lato delle pensioni pubbliche, facilitando e accelerando la convergenza alle regole di calcolo delle pensioni prevista dalla riforma Dini, che entrerebbero a regime solo nel 2030. Dall’altro lato, sviluppando un pilastro di finanziamento complementare a capitalizzazione: avrebbe un impatto importante sui lavoratori, che percepirebbero i contributi non più come una tassazione per sostenere al sistema pensionistico, ma - almeno una parte di questi - come un investimento sul proprio futuro. Non parliamo poi dell’incidenza del finanziamento delle pensioni sul cuneo fiscale, che rappresenta un danno grave per la produttività e gli incentivi al lavoro.

 

Lei è pessimista o ottimista in vista della ripresa che dovrebbe cominciare nel fatidico 2010?

 

Credo che nel 2010 l’Italia non diventerà la Germania ma non credo al catastrofismo nell’analisi del nostro sistema di pmi. Tuttavia che la selezione indotta dalla crisi rappresenterà un’accelerazione che lascerà dei caduti sul campo, ma stimolerà anche la capacità di reazione dei nostri imprenditori.

 

Cosa manca alla proposta di politica economica del centrodestra, come la vediamo al governo, e a quella del centrosinistra, per come la vediamo all’opposizione?

 

Se torno con la mente alla scorsa legislatura, è facile dire che sul tema delle pensioni il centrosinistra ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto. Ho fatto l’esempio delle pensioni, ma si potrebbe dire liberalizzazioni o finanziamento del sistema sanitario. Mi pare che come principi guida la proposta di politica economica del Pd debba trovare ancora una formulazione coerente. Per quanto riguarda il centrodestra, mi pare che si sia fatto quel che andava fatto in termini di misure per preservare l’integrità dei conti pubblici, soprattutto in previsione di nuove emissioni di debito, ma adesso viene il momento di enunciare alcuni punti di riferimento per gli interventi che andrebbero fatti a partire dal 2010.

 

Vuole indicare alcuni di questi punti?

 

Un capitolo chiave e il Mezzogiorno: è importante intervenire nel rilancio delle infrastrutture aumentando la qualità della spesa pubblica. Poi il sistema pensionistico. Quanto al sistema degli ammortizzatori sociali, è stato dettato dalla crisi ma ci vorrà una rivisitazione per evitare effetti distorsivi sul lungo periodo. Un altro aspetto chiave è la trasformazione in senso federale dello stato. Si è intrapresa la via del rigore sui conti, benissimo: se questa linea di deterrenza, che prevede anche la possibilità del commissariamento, dovesse essere intaccata o sacrificata per la ragion politica, tutto l’impianto federalista ne sarebbe danneggiato, e con esso quello delle risorse che possiamo liberare attraverso il federalismo.

 

 

 



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