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G8/ Una lezione di vero sviluppo per il vertice dei Grandi

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La lettera che Benedetto XVI ha inviato al Presidente del Consiglio Italiano in occasione dell’imminente vertice G8 dell’Aquila stupisce per la ricchezza di spunti che offre, pur nella sua necessaria brevità.

Il primo spunto è costituito dalla universalità del messaggio stesso. Pur rivolgendosi ai paesi avanzati il Papa incarna le aspettative e le “attese delle popolazioni di tutti i Continenti”; e lo fa con la prospettiva di “convertire il modello di sviluppo globale”.

Queste affermazioni non riflettono un animo no global di Benedetto XVI, al contrario ne esaltano l’indole pro global sottolineando come l’unico modo in cui la globalizzazione potrà realmente essere promotrice di sviluppo sarà quello in cui verrà messo al centro l’uomo nella sua interezza, ispirato ai valori della solidarietà umana, della carità e della verità.

Benedetto XVI ci ricorda che la chiave per trasformare la globalizzazione in un processo virtuoso è infatti la stessa che è necessaria per uscire dalla grave crisi che sta colpendo l’economia mondiale: investire sulla persona umana, ovvero sui più di 6 miliardi di talenti che popolano il mondo.

In particolare la valorizzazione della risorsa umana avviene principalmente tramite due canali privilegiati. Il primo canale è quello dell’educazione, intesa non solo come istruzione formale ma soprattutto, secondo i principi fondamentali della Chiesa, come introduzione alla significato profondo della realtà. Sotto questo profilo l’educazione costituisce il primo passo per lo sviluppo, che è primariamente lo sviluppo integrale della persona umana.

Il secondo canale è costituito dal lavoro. Come giustamente ricordato dal Santo Padre, qualsiasi strategia di sviluppo (sia dei paesi ricchi che poveri) deve avere come obiettivo una effettiva creazione di posti di lavoro. Tutto ciò per permettere a ciascuno, tramite i frutti del proprio lavoro, di provvedere ai bisogni della famiglia, di assolvere le responsabilità educative nei confronti dei figli e di essere protagonisti nelle proprie comunità. Traspare da questi accenni l’importanza che la dottrina sociale della Chiesa attribuisce alla dimensione soggettiva del lavoro (chi lo fa) rispetto a quella oggettiva (che cosa si fa). Il lavoro è infatti degno non in quanto esistono mansioni più o meno edificanti, ma in quanto attività dell’uomo e luogo primario in cui egli si esprime e si impegna.

Il duplice accenno alla questione educativa e alla importanza del lavoro riassume l’essenza stessa dello sviluppo. Creare le condizioni affinché un uomo realmente teso, aperto ed impegnato con il reale possa mettere a frutto i propri talenti per realizzare i desideri più veri ed originali del proprio cuore.

Proprio perché la persona è il vero protagonista dello sviluppo, esso non può essere affare di pochi grandi nazioni ma deve essere affrontato in una logica multilateralista che richiama ad un senso di responsabilità da parte di tutte le nazioni, invitate ad accantonare le logiche particolari in vista del bene comune. 

 



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