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STIPENDI/ Gabbie salariali? Una provocazione. La vera novità è tener conto della produttività

Se si vuole davvero far corrispondere i salari ai livelli della produttività e quindi ai livelli locali dei prezzi occorre piuttosto attuare e sviluppare il modello di contrattazione che si è appena avviato

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Tutti gli anni durante l'estate la Lega coglie con una provocazione un malessere reale, indicando spesso soluzioni semplici ma poco realistiche. Quest'anno il tema che si pone è quello del basso livello degli stipendi reali, che è stato riproposto lanciando la provocazione delle "gabbie salariali".

 

I sostenitori delle gabbie argomentano che giustizia richiederebbe una regolazione dei salari nominali in base al livello dei prezzi nelle diverse regioni o aree del paese, vale a dire sarebbe necessaria una regolazione dei salari reali.

 

Sotto questo punto di vista le gabbie salariali sono prezzi amministrati, vale a dire prezzi regolati non dalla contrattazione ma dalla legge; sarebbe come far tornare in auge la teoria del salario come variabile indipendente. Questo appare assolutamente irrealistico e avrebbe come conseguenza naturale ma indesiderata una ulteriore differenziazione della produttività, dove a salari regolati verso il basso di solito corrispondono cali di produttività del lavoro.

 

Una regolazione dei salari sarebbe possibile in senso stretto solo nel pubblico impiego. L'esempio che viene spesso portato è quello degli stipendi degli insegnanti, uguali sul territorio nazionale ma di "peso" diverso a seconda del costo della vita, e slegati dai risultati che il sistema scolastico porta quando viene misurato ad esempio dai test OCSE-PISA.

 

L'esame delle retribuzioni della scuola e del pubblico impiego in generale tuttavia mostra che si tratta di stipendi comunque di livello basso, che potrebbero trovare una loro crescita solo in una riforma complessiva del sistema che dia vera autonomia alle scuole e un effettivo federalismo al sistema scolastico. Anche nel caso della scuola e del pubblico impiego le soluzioni non possono venire da una regolazione centralistica e nazionale.

 

Se si vuole davvero far corrispondere i salari ai livelli della produttività e quindi ai livelli locali dei prezzi occorre piuttosto attuare e sviluppare il modello di contrattazione che si è appena avviato tenendo conto degli indicatori territoriali, degli incrementi di salario legati alla crescita della produttività e della defiscalizzazione. La crescita del salario reale che se ne otterrebbe costituisce fra l'altro una spinta alla crescita dei consumi e della domanda interna che mancano da troppo tempo nel paese e che sono necessari per concludere l'attuale crisi economica.

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COMMENTI
12/08/2009 - Contrattazione legata alla produttività (Giuseppe Crippa)

Il coro unanime di commenti e di dichiarazioni sulla riproposizione delle cosiddette “gabbie salariali” converge verso l’indicazione che la vera risposta a questo problema, unanimemente ritenuto reale, è una contrattazione decentrata che tenga conto della situazione dell’azienda e del territorio in cui essa opera. Bene fanno, in questo articolo, Ferlini e Montaletti, a dichiarare esplicitamente che il Pubblico Impiego (e la scuola in primis) dovrebbero dare l’esempio. Non sarebbe male un approfondimento di questo specifico aspetto, e mi auguro che Il Sussidiario sappia suscitare anche in questi giorni di vacanza opinioni precise e contributi incisivi, così come andrebbe andrebbero indagate le ragioni della CGIL, che non ha sottoscritto la riforma del sistema di contrattazione nazionale nel privato, sistema che va proprio nella direzione auspicata, e che probabilmente “remerà contro” nella prossima stagione contrattuale.