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FINANZA/ La corsa delle Borse è finita. Ora chi salverà i governi dai debiti?

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Il rally è finito. Lo avevamo detto e non solo perché dopo tante sedute al rialzo ci si concede di rifiatare con le prese di beneficio. È finito perché è finito l'effetto del mega-stimolo monetario messo in atto dai governi per cercare di rivitalizzare i mercati e l'economia. Due trilioni di dollari sembravano tutto il denaro del mondo ma non lo erano.

 

Ieri mattina il tonfo dello Shanghai Composite al -5,8%, peggior risultato dal 18 novembre scorso, aveva suonato la sveglia su quanto stava per accadere. Nonostante gli oracoli di Francoforte avessero giorni fa annunciato trionfalmente che Germania e Francia era tornate a crescere, sia il Cac40 che il Dax perdevano terreno, come Londra e Milano. A trascinare in basso, tanto per cambiare, titoli bancari (meno male che erano sani, al primo giorno di ritracciamento sono crollati) e commodities, indicatore quest'ultimo che la ripresa è lunghi dall'essere dietro la porta.

 

Quando poi la Fed, dopo l'avvio in nero di Wall Street, annuncia il prolungamento del programma statale di protezione degli assets, Talf, per altri sei mesi, ecco che come dicevo la scorsa settimana la bomba del debito comincia a innescarsi. Lo dicevamo venerdì: quando i governi avranno salvato il salvabile, chi salverà i governi? Ovvero, per quanto si stampi moneta e la si inietti artificialmente nel sistema - “il Tamiflu della crisi” viene definito nella City - quanto potrà durare questa politica? Certo, ha garantito un rally di ripresa ma non ha fatto nulla per far ripartire i fondamentali dell'economia, nonostante la Bce e gli annunci che il Giappone è ormai fuori dalla recessione.

 

David Karlsboel, capo analista alla Saxo Bank, ha parlato chiaro ieri: «Non ci saranno scossoni violenti a novembre come temevamo ma abbiamo detto agli investitori di prepararsi a 6-12 mesi di seria crisi sui mercati. La volatilità è destinata a crescere parecchio e per chi si aspettava un mercato del Toro potrebbero esserci brutte sorprese».

 

E il fatto che la Cina sia stato il mercato che ha performato peggio ieri in tutto il mondo manda un altro duplice segnale: la bolla del real estate creata dai prestiti facili voluti dal governo è ormai pronta a esplodere e questo, di converso, elimina molte delle speranze di chi credeva che il motore asiatico fosse quello in cui riporre fiducia per la ripresa globale. Qualcuno nelle scorse settimane mi invitava a guardare ai positivi segnali marco che arrivavano dall'America: lo invito ora a guardare al segnale che arriva dalla Fed.

 

Se si blocca la Cina o - almeno - questa cambia politica strategica sulle riserve e sulle valute, il rischio di un'asta di bond Usa a vuoto potrebbe non essere così peregrina: e tutti sanno che senza l'enorme mercato del debito Usa la Cina non sa dove scaricare riserve ma se queste si contraggono e si taglia, non ci saranno più diluvi di trilioni per garantire il debito Usa. Ieri Pechino ha reso noto che comprerà altri due miliardi di dollari di mutui Usa garantiti dal programma statale (guarda caso, proprio poco prima che la Fed svelasse la novità) ma ormai siamo al rattoppo quotidiano di una situazione che sta andando fuori controllo nuovamente.

 

E infatti, nonostante le notizie che arrivavano dal Giappone, la sterlina è crollata a un minimo di quattro settimane per le brutte novità date dalla Fed: l'America è messa male e i piani messi finora in campo, fossero quello dell'amministrazione Bush o quello attuale reiterato ieri, non stanno offrendo risposte. In compenso il numero di default su carta di credito di Bank of America e Capital One Financial ha toccato il record massimo a luglio, un 10% netto di aumento rispetto a giugno. Si compra a credito ma non si hanno soldi per ripagare: una trappola già vista da quelle parti ai tempi dei subprime.

 

Il tempo però passa e i rischi aumentano. Una brutta spirale a cui si sta aggiungendo quella deflattiva globale, visto che i timori iper-inflattivi di molti sono risultati errati e dalle economie reali arrivano segnali opposti. In compenso, come annunciato venerdì, l'ok di Ubs a rivelare al governo Usa i nominativi dei cittadini americani con conti segreti, ha portato un immediato risultato a Fiat. La quale, infatti, sbarca nel mercato cinese e avvia con la Chrysler la produzione della 500 a Toluca, in Messico, come annunciava ieri il Wall Street Journal.

 

Secondo il quotidiano finanziario, la Fiat dopo due tentativi falliti è finalmente riuscita a costituire una joint venture per operare in Cina, uno dei pochi mercati in grande espansione anche in questo momento di profonda crisi economica. Ron Bloom, alla guida della task force, ha sottolineato, secondo quanto riportava sempre il Wall Street Journal, che non è nelle intenzioni del governo entrare nei dettagli della gestione di ogni compagnia: «Se la decisione riguarda un nuovo piano o una nuova macchina, sarà la nuova Chrysler, e non il governo degli Stati Uniti, a prenderla».

 

Crediamoci. E infatti, guarda caso, ostacoli potrebbero arrivare dal sindacato statunitense, poiché una fonte ufficiale del sindacati auto (Uaw), che preferiva rimanere anonima, ha dichiarato che il sindacato non è stato informato del nuovo piano di produzione della 500. Questo perché le decisioni, in casa Chrysler, non sono prese da molto in alto...



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COMMENTI
18/08/2009 - Punto di vista non limitato (Roberto Alabiso)

Se fosse successo che qualcuno, anche per sbaglio, avesse letto o fosse capitato su un blog che ho pubblicato da poco meno di un mese , dove cerco di sfiorare argomenti che hanno a che fare con questa crisi, si renderebbe subito conto che non mi sono mai occupato manco lontanamente, di problemi così "mondiali" in tutta la sua vita. C'è però un dato essenziale, questa crisi la sto vivendo sulla mia pelle e non posso disinteressarmene, ne fare a meno di confrontarmi con chi si occupa di queste cose e con chi vive come me difficoltà dello stesso tipo. Ho una piccola impresa e non so se potrò resistere ancora a lungo, ma ho letto in un articolo di questo quotidiano, di Impresecheresistono in Piemonte ed ho voluto conoscerne il "promotore". Sono stato per due volte al telefono con lui per circa 3 ore. Al mare, a mollo, ho parlato per circa un'ora con un imprenditore lombardo che si occupa di prodotti per l'industria chimica ed ha rapporti europei e mondiali. Non era tanto ottimista guardando, non ai media, ma a ciò di cui si occupa. Naturalmente non dico per brevità, di imprenditori che vivono a me vicino, pùò sembrare un punto di vista troppo limitato. Se parlassero di più gli imprenditori non politici, e potessero fare qualcosa loro, forse sarei più fiducioso. In tutto ciò mi rendo conto, che dire che le cose personali vanno "poco bene " può essere come uno sfogo e aggiungo che vedo questa crisi come una grande opportunità storica, da non perdere, anche per me. Buonagiornata