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ENERGIA/ La guerra dei gasdotti che oppone Italia e Stati Uniti

I due progetti, Nabucco e South Stream, rappresentano due politiche energetiche fra loro opposte. Gli Stati Uniti appoggiano il primo, mentre l’Italia il secondo

gasdotto_operaiR375.jpg (Foto)

Agosto ha dimostrato che la partita dei gasdotti orientali è apertissima. Mosca, a nemmeno un mese di distanza dall’accordo intergovernativo, firmato ad Ankara, per lo sviluppo del progetto Nabucco, ha risposto con un memorandum di ampia collaborazione in materia energetica con la Turchia, anch’esso simbolicamente firmato ad Ankara.

 

Fra i vari punti dell’accordo, c’è anche il via libera allo studio di fattibilità per South Stream, il gasdotto promosso da Gazprom ed Eni che attraverserà tutto il mar Nero, aggirando l’Ucraina e le sue acque territoriali. Al vertice ha partecipato, in qualità di ospite molto interessato, Berlusconi, accompagnato dall’amministratore delegato di Eni, Scaroni. L’Italia si è dunque schierata. La presenza di Berlusconi dimostra che il Cane a sei zampe opera con la piena approvazione del Governo. E questo ha irritato Washington. Di più, la firma di due accordi in meno di un mese dimostra come la Turchia giochi, senza tanti scrupoli, sue due tavoli. Irritando Washington ancora una volta.

 

I due progetti, Nabucco e South Stream, rappresentano, infatti, due politiche (energetiche) fra loro opposte. Chi sostiene il primo gasdotto vorrebbe ridurre il peso della Russia nelle forniture di energia all’Europa (oggi responsabile di poco meno del 30% degli approvvigionamenti europei), puntando sui ricchi giacimenti del Caspio e dell’Iraq. Chi sponsorizza il secondo, invece, mira al consolidamento di un rapporto privilegiato con Gazprom, che garantisca l’accesso allo sfruttamento degli immensi giacimenti russi.

 

Nel primo gruppo troviamo gli Stati Uniti e i nuovi Membri dell’Ue. Nel secondo Italia, Francia e Germania, anche se quest’ultima è più impegnata in Nord Stream, gasdotto che attraverserà il Baltico aggirando Bielorussia e Polonia. Ci sono poi altri, in particolare Turchia, Grecia e Bulgaria, che stanno alla finestra, pronti a stringere accordi con il consorzio che risulterà vincente.

 

La scelta dell’Italia di puntare su South Stream è dovuta a diversi fattori. Il primo è indubbiamente lo storico legame fra Gazprom ed Eni: fra le varie collaborazioni bisogna ricordare Blue Stream, gasdotto sottomarino, che porta il gas dalla Russia alla Turchia, costruito da Eni. Proprio questa felice esperienza sarebbe la base, anche tecnica, da cui partire per la realizzazione del nuovo progetto. Inoltre, il rinsaldarsi di questo legame garantirebbe all’azienda italiana un posto privilegiato nello sfruttamento dei nuovi giacimenti necessari per riempire South Stream, garantendosi così un boccone prelibatissimo.

 

Il secondo motivo sarebbe la possibilità per Eni di commercializzare gas naturale nei Balcani, regione in cui è previsto un forte aumento dei consumi. Il terzo motivo è che questo gasdotto non sbilancerebbe il mix delle forniture italiane: solo una minima parte di questo gas arriverebbe ai fornelli dei consumatori italiani. Già oggi, infatti, il nostro portafoglio di fornitori è abbastanza ampio (i russi forniscono meno del 25% del consumo lordo su base annua). Di più, l’entrata in funzione del Terminal GNL di Rovigo consentirà a Edison di commercializzare il gas del Qatar, diversificando ulteriormente i nostri approvvigionamenti e riducendo il peso delle forniture russe, soprattutto in vista della stabilizzazione dei nostri consumi, prevista intorno ai 90 miliardi di metri cubi annui.

 

Ma quello che potrebbe essere un’ottima mossa per l’Italia (e per la Francia, desiderosa di entrare nel consorzio attraverso Gdf-Suez) potrebbe rappresentare invece una minaccia per i paesi dell’Est che dipendono in maniera eccessiva dal gas moscovita. Un ulteriore rafforzamento delle forniture russe esporrebbe questi Paesi a forti difficoltà nella loro politica energetica. Ed è qui che entra in gioco Washington. Gli Stati Uniti, infatti, desiderosi di ridurre l’influenza russa, spingono per soluzioni alternative, sostenendo la russofobia dei nuovi membri dell’UE. In più, Nabucco, in linea di principio, potrebbe approvvigionarsi non solo dal Caspio, ma anche dall’Iraq, consentendo il raggiungimento di un duplice obiettivo: riduzione delle forniture russe e beneficio per le imprese americane che operano nel Kurdistan.

 

Le due posizioni sono poco conciliabili: su questo argomento, dunque, Italia e Stati Uniti saranno destinati a lunghe incomprensioni e, forse, a pestarsi i piedi reciprocamente. Alla fine, comunque, vincerà il progetto che per primo dimostrerà di avere gas a sufficienza per riempire i tubi. E qui entrambi i progetti mostrano delle difficoltà. Nabucco, da parte sua, non ha ancora trovato un pool di fornitori dotato dei 30 miliardi di metri cubi annui necessari per il gasdotto. I russi, invece, pur dotati di riserve sufficienti, senza un consistente apporto di capitale straniero non sono in grado di mettere questi giacimenti in produzione; e, a questo proposito, la legislazione russa, che obbliga gli stranieri ad avere solo partecipazioni di minoranza, non facilita di certo l’afflusso di investimenti diretti.

 

Non resta dunque che attendere le prossime mosse, sempre attenti all’Iran, dotato di enormi riserve di gas naturale e convitato di pietra in questo grande gioco.

 

 

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