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CRISI/ L’impresa sociale può curare la “sindrome speculativa”. Senza rinunciare al profitto

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La crisi globale non dipende solo dalla pervasività geografica e perché coinvolge tutto il mondo, ma anche perché colpisce la persona nella sua globalità e cioè non solo come homo oeconomicus, ma anche come uomo che esprime i propri valori e come portatore di relazioni sociali virtuose che sono presupposto per creare e mantenere un sistema che si basa sulla fiducia reciproca. E la crisi ha minato il livello di fiducia nel contesto socio economico.

Inoltre non si può accettare la tesi per cui si aspetta che passi l’onda della crisi sperando di poter ricominciare come prima e cioè creando le condizioni per la prossima, più terribile, crisi. Essa è globale e sistemica e quindi è necessario trovare soluzioni di discontinuità nel sistema. Una delle opzioni è la promozione della formula imprenditoriale delle imprese sociali non profit, siano esse tradizionali (associazioni, cooperative sociali, fondazioni, ecc.) siano esse innovative come le imprese sociali “ex lege” (L.118/05, D.Lgs 155/06 e decreti attuativi).

La crisi ha bisogno di imprese che riescano a salvaguardare sia un equilibrato e contenuto livello di redditività sia un finalismo di interesse generale per il tramite di attività sociali ad ampio spettro. Dobbiamo convincerci che tutte le imprese sono istituti socio-economici e devono essere imprese sociali non per sviluppare la funzione di marketing e di estetica commerciale, ma per esigenze di formula imprenditoriale, che è di successo se raggiunge risultati positivi in modo continuativo, efficiente ed efficace e con economicità. E l’orientamento sociale dell’impresa crea i presupposti per il presidio di questi elementi aziendali in logica di redditività come opportunità e non di opportunismo senza limiti.

Il sistema americano, per esempio, propone un modello di società di capitali denominato Low Profit Limited Liability Company (L3C) che ha come scopo prioritario la pubblica utilità da contemperare con il profitto (massimo 4-5% sul capitale investito). E cioè coniugare capitali pubblici e privati per progetti di importanza sociale aprendo all’interesse degli investitori privati che possono avere una possibile e congrua remunerazione. A questo proposito si sta studiando la negoziazione delle azioni su un mercato “ad hoc”. Anche in Italia si sta valutando l’opportunità di avere un mercato azionario ad hoc (Social Stock Exchange) ove sia possibile dare opportunità di scambio di azioni per “spa ed srl a scopo sociale” ed anche per “spa e srl senza distribuzione di utili” giuridicamente conosciute come “imprese sociali” non profit.

Queste brevi considerazioni non sono un “sermone”, ma l’incontrovertibile interpretazione di una situazione economico-finanziaria che, se non adotta questi capisaldi di imprenditorialità e di stile di management, rischia di perpetuare un assetto prevalentemente speculativo e poco attento agli “stakeholders” come opportunità. Ma molto orientato ai soli “shareholders” opportunistici. La sfida è, invece, come integrare “stakeholders” e “shareholders”.

Oltre alle imprese sociali for profit ed alle imprese sociali non profit “di sistema” (si veda l’imprescindibile assetto della “filiera aziendale sussidiaria” ove lo stato ed il privato sociale si integrano per sostenere l’assetto economico e sociale) si ricorda l’impresa sociale come “spin-off” sociale di impresa for profit (orientata al sociale).

È azienda (spa, srl senza distribuzione di utili) creata anche con la partecipazione di un’impresa for profit per il presidio produttivo e di scambio di attività sociali dell’impresa for profit stessa (si veda asilo nido, mutua integrativa, housing sociale, corporate university, soggiorni estivi, animazioni per i dipendenti pensionati, ecc.) a favore dei dipendenti e del personale dell’“indotto” e delle piccole medie imprese del territorio/distretto che non avrebbero la capacità organizzativa, finanziaria, gestionale di attivare tale servizi.

Ad esse si aggiunge, in questa situazione di crisi globale, l’impresa sociale come “saving company” che è azienda che produce beni e servizi impiegando risorse umane che un’impresa for profit reputa essere in esubero a fronte di una situazione economico-finanziaria critica. In essa si collocano dipendenti che avrebbero la prospettiva di perdere il posto di lavoro, in cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria con anche un’apertura agli inoccupati.

Questa crisi interpella non solo il credente, ma anche il mondo dell’imprenditorialità in generale. L’Enciclica “Caritas in Veritate” di papa Benedetto XVI offre un suo importante contributo che non era stato elaborato per rispondere alla situazione contingente della crisi, ma che, in modo profetico, aveva già anticipato la problematicità imprenditoriale che è conseguenza della crisi stessa. Infatti quali imprese si prospettano nell’Enciclica? Una risposta lineare e diretta potrebbe essere: tutte le imprese che si performano ad un contesto economico ove «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (§35). E quindi tutte dovrebbero essere imprese sociali (profit e non profit) in senso generale o nella specificità dell’impresa sociale “ex lege”.

Quindi l’impresa come “sineddoche” dell’impresa sociale che coniuga il ruolo economico e il ruolo sociale. E la solidarietà e la fiducia non sono principi astratti da contemplare solo nel “codice etico”, ma hanno bisogno di scelte aziendali ed operative di valorialità che trasmettono trasparenza, onestà e responsabilità ridimensionando le asimmetrie informative che ancora sussistono nel rapporto fra domanda ed offerta. Un’asimmetria che prevalentemente va a danno delle fasce deboli e svantaggiate creando un sistema economico-finanziario instabile e volatile. Tutto questo non preclude quote di mercato crescenti di prodotti con alto rapporto qualità/prezzo.

Nell’Enciclica si “sdogana” ulteriormente l’impresa sociale ove si afferma che «accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali» (§38). Ed esse sono «attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza perciò stesso rinunciare a produrre valore economico» (§37). Le imprese sociali, siano esse profit e non profit, sono le aziende che possono giocare questo ruolo con una formula imprenditoriale che è attenta al “valore dei valori” senza cadere nell’assistenzialismo paternalista, ma sostenendo un ordine sussidiario ove mercato e “quasi mercato” si integrano fra loro (§57).

Le aziende profit, pubbliche e non profit, in questa enciclica, sono valorizzate nella loro specificità, se comunque e sempre agiscono per il bene comune che è ricchezza collettiva abbandonando posizioni di pauperismo ad oltranza come segno di virtù. Si può tendere al benessere economico di sistema senza tradire i valori etici. Tanto più che «le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa» (§40). E quindi il concetto dell’equilibrio (economico e sociale) della gestione che dovrebbe informare ogni tipo di azienda perché possa mantenere continuità, efficienza, efficacia, autonomia ed economicità. Tutto ciò nel «convincimento che la gestione d’impresa non può non tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione,la comunità di riferimento» (§40).

E con la considerazione che «al fine di realizzare un’economia che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del bene comune nazionale e mondiale» è indispensabile superare «la distinzione fra privato e pubblico per dare spazio a nuove formule di imprenditorialità». Operativamente «questa concezione più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei Paesi invia di sviluppo» (§41). Anche la “Caritas in veritate”, infine, sottolinea che l’impresa sociale è un “dover essere” imprenditoriale e non un semplice richiamo all’eticità dei comportamenti manageriali. Integrando gli assetti economici e “metaeconomici” (§41).

 



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