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FINANZA/ L'autunno bollente di Usa, Europa, Cina e Russia

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Ovviamente da più parti è cominciata la giubilazione del libero mercato, del modello thatcheriano che per quindici anni ha visto l'Estonia correre come una locomotiva: gioverebbe chiedere a lorsignori quando abbiano sentito la Lady di Ferro invocare come ricetta il fatto che un paese come l'Estonia trovi giusto farsi prestare soldi dalle banche svedesi per comprare macchine tedesche, come faceva notare domenica sul Sunday Telegraph il come sempre lucido Ambrose Evans-Pritchard.

 

Il problema è che entrare nell'euro così come nella Nato, nelle menti delle elites estoni, pare l'unico modo per mantenere le distanze di sicurezza dal Cremlino: a quale prezzo economico e sociale, però, stiamo per scoprirlo. Per Edward Hugh di Baltic Watch le quattro nazioni baltiche legate a un meccanismo di peg tra le loro valute e l'euro hanno un'unica via d'uscita: negoziare con Bruxelles e Francoforte una svalutazione dello stesso peg oppure veder crollare le proprie divise facendo esplodere il debito. Nessuno presterà ancora soldi a Stati ridotti in quel modo salvo il Fondo Monetario Internazionale, il quale però ha un'unica ricetta per tutti, dall'Estonia all'Ucraina allo Zimbabwe. Ovvero, prestiti a pioggia che con il tempo si trasformano in armi a doppio taglio.

 

I paesi baltici rischiano di essere i primi a conoscere gli effetti devastanti della deflazione ma non pagheranno da soli i costi: prima sarà l'Europa dell'Est a subire il contagio, poi toccherà a quella continentale che mentre ora vaneggia contro i danni del liberismo fino all'altro giorno investiva e prestava denaro a palate alle turbo-economie post-sovietiche senza porsi domande rispetto alle tenuta di modelli sociali di fatto incompatibili con soluzione di puro libero mercato. Le riserve della banca centrale estone, per capirci, garantiscono salvezza fino a Natale mantenendo questo tipo di politiche di peg: dopo, sarà default.

 

Nel frattempo la Cina continua a investire nei mercati di diversificazione e proprio ieri ha reso noto che sta valutando l'ipotesi di comprare l'oro offertole dal Fondo Monetario Internazionale - si parla di oltre quattrocento tonnellate, un ottavo del totale di riserva e qualcosa come 13 miliardi di dollari di valore -, il quale deve fare cassa per continuare a pompare soldi artificiali nel sistema: «Se il prezzo sarà conveniente e il valore di realizzo alto, compreremo», ha reso noto a Cnbc una fonte governativa cinese coperta dall'anonimato. Immediatamente il prezzo dell'oro all'oncia, sceso sotto quota 1000 dollari, ha rotto di nuovo la soglia psicologica.

 

Insomma, gli Usa mettono in dubbio addirittura la natura della Fed, l'Est Europa traballa sull'orlo del precipizio, la Russia si prepara a un inverno di ricatto energetico e la Cina continua a creare riserve mentre il Fondo Monetario Internazionale si trova costretto a fare cassa svendendo le sue: non sembra una delle situazione migliori da vivere. Anzi. Proprio il contrario.

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