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FINANZIARIA/ Bertone: Tremonti vara il “catenaccio” e punta tutto sullo scudo fiscale

Ieri il Consiglio dei Ministri ha varato la nuova Finanziaria. Poche le risorse stanziate. Molto si potrà fare se avrà successo lo scudo fiscale, che potrà finanziare altre “spese ineludibili”: università, ricerca, 5 per mille

Barattolo_Soldi_CatenaR375.jpg (Foto)

Non c’è benzina per alimentare il motore della ripresa. E così l’Italia, nell’anno terzo della crisi planetaria, dovrà muoversi come un aliante, abile a sfruttare i venti, approfittando dei refoli per prender quota e avvitandosi nei cieli per evitare le brusche picchiate: l’importante è mantenersi in quota nella speranza di una spinta in arrivo dall’esterno, magari dalle pianure della Cina che accelera produzione e acquisti pure del made in Italy. La speranza di risalire, ancora una volta, ancorata all’andamento dell’export: la ripresa della domanda interna, in tempi di vacche magre, è di là a venire.

 

Pare questa la filosofia della mini finanziaria firmata da Giulio Tremonti, fatta di tante tabelle e di pochi articoli, una diligenza così leggera e veloce da sfuggire agli agguati parlamentari: la situazione non consente di aumentare le spese o nemmeno di correggere il tiro. In compenso, l’attenzione sul fronte delle uscite ha aumentato la credibilità del Tesoro, il bene più prezioso per un Paese che minaccia di riavvicinarsi ad un rapporto debito/pil vicino al 120% (il 117,3% a fine 2010).

Guai se la comunità internazionale riaccendesse il faro su Bot e Btp in un passaggio così delicato per il gettito dello Stato, “ferito” dal calo del Pil. Non facciamoci illusioni, insomma. Quando il gioco si fa duro, del resto, all’Italia non resta che una strategia di gioco: il catenaccio, ovvero primo non prenderle. Ed è quello che l’Italia tenta di fare, utilizzando le sue risorse (limitate) sul fronte degli ammortizzatori sociali, tamponando le inevitabili tensioni sul fronte dell’occupazione. E poco più.

Molto di quel “poco più” è legato a un jolly difficilmente quantificabile, allo stato delle cose: lo scudo fiscale. Le risorse così raccolte finiranno in un apposito fondo presso la presidenza del Consiglio che servirà a finanziare “le spese ineludibili”: università, ricerca, 5 per mille; una parte finirà, infine, agli ammortizzatori sociali o comunque nel comparto lavoro.

Molto, naturalmente, dipenderà dall’importo: dopo le ultime modifiche al testo dello scudo, non è improbabile “sognare” un incasso di dieci miliardi (pari al rientro di 200 miliardi), ovvero tre volte il valore del provvedimento varato ieri. Un bel tesoretto, meno virtuale di quello dei tempi del governo Prodi ma che non susciterà minori appetiti. Vedremo se Tremonti saprà difendere quella diligenza.