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LA LETTERA/ Dalla City, due o tre spunti sui bonus dei banchieri

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un importante trader a proposito del discusso tema dei super bonus dei banchieri. «Perché gli organi di vigilanza hanno accettato che la logica di performance reddituale prevalesse sulla stabilità patrimoniale del sistema bancario?»

banca_traders1R375.jpg (Foto)

Caro direttore,

Il rumore mediatico al quale stiamo assistendo a proposito dei super bonus richiede, nell’interesse del lettore, qualche precisazione.

Ogni azienda utilizza una combinazione di inputs (lavoro e capitale/materie prime) per produrre il proprio output, sia che si tratti di un bene sia che si tratti di un servizio. Le aziende industriali si caratterizzano normalmente per essere “capital intensive”, mentre la maggior parte delle aziende di servizi sono per lo più “labor intensive”.

Non suscita giustamente particolare stupore il fatto che una società come l’Enel abbia speso nel 2008 quasi 8 miliardi di euro per acquistare prodotti petroliferi, probabilmente a un costo medio vicino ai 100 dollari al barile, e solo 4 miliardi per retribuire tutto il proprio personale (circa 9% dei ricavi). Qualcuno potrebbe sostenere che è indecente pagare sauditi e iraniani 100 dollari per un prodotto la cui estrazione costa loro meno di 5 dollari al barile. Ma non c’è scelta, è un prezzo di mercato ed Enel ha bisogno di combustibili.

Le macerie della crisi finanziaria hanno invece acceso non poche polemiche sul fatto che le società di Wall Street, come pure decine di banche europee, paghino bonus in misura pari al 50-60% dei propri ricavi e che, oltre a retribuzioni di traders e venditori spesso ampiamente superiori al milione di dollari, i top executives possano di fatto attribuirsi da soli premi multi milionari. Prima di dare un giudizio etico, è utile ricordare che nella finanza il fattore umano (labor) è decisivo e permette di fare la differenza in termini di Roe (return on equity, cioè remunerazione del capitale azionario): esiste ovviamente un prezzo di mercato anche per tale fattore produttivo - in modo analogo al costo del capitale e delle materie prime - , spesso composto da impiegati giovani con competenze, creatività, tenacia e ambizione obiettivamente fuori dal comune.

Chi decide che è corretto pagare un trader o un ottimo “sales person” di 30 anni 2 milioni di dollari l’anno? Il mercato stesso, cioè le sue qualità (risultati misurabili in ricavi, da cui si calcola il bonus). O lo paghi o se ne va alla concorrenza. Oppure fonda un proprio hedge fund, dove i suoi guadagni possono essere anche maggiori e soprattutto non diluiti dalla banca. Altro discorso è quello relativo al top management. Può un Ceo guadagnare 20 milioni di dollari? Dopo il collasso finanziario del 2008 anche la politica (da Obama a Sarkozy, passando per Tremonti e Merkel) si è attivamente occupata del problema e ha lanciato i suoi strali contro tale “vergogna”. Peccato che la combinazione di populismo, talora moralismo, ma soprattutto incompetenza non abbia permesso di individuare le origini degli eccessi (dove di eccessi si tratta), e porterà quasi certamente a una legislazione in materia caratterizzata da misure restrittive, inefficaci e sicuramente distorsive del mercato.

Se gli azionisti di una banca si aspettano un Roe costantemente in crescita e superiore al 20 o addirittura del 30%, non possono poi lamentarsi se per trattenere i dipendenti più produttivi li si copra d’oro, o se il consiglio di amministrazione premia con decine di milioni il Ceo che ha temporaneamente raggiunto gli obiettivi e che soprattutto promette di fare anche meglio in futuro.

In altre parole, se si chiede ad un’azienda di credito di remunerare il capitale azionario maggiormente di un hedge fund ad alto rischio, di pagare un ricco dividendo ogni anno, di espandersi attraverso un’aggressiva strategia di acquisizioni, di operare regolarmente acquisti di azioni proprie, si autorizza in un certo senso il top management a scommettere ogni giorno sul destino stesso della banca. Addirittura, si incoraggia il management a “giocare” con un capitale (equity o patrimonio netto) sempre più sottile rispetto alla crescita della leva finanziaria. Le vicende ben note di Royal Bank of Scotland, Lloyds, UBS, Fortis e di molte altre banche commerciali dimostrano che forse lo scandalo non sta nei super bonus, né nella cinica avidità dei brokers di Wall Street, ma nella “esiziale” combinazione di due elementi: eccessive aspettative degli azionisti bancari (e conseguenti distorsioni nella gestione di rischi e remunerazione del management), ma soprattutto debolezza e/o incompetenza degli “organi di vigilanza”. Questi ultimi infatti hanno assistito impassibili alla costruzione degli innumerevoli “castelli di carta”, e hanno accettato che la logica di performance reddituale prevalesse sulla stabilità patrimoniale del sistema bancario.

Nonostante la violenza della crisi, questa cultura della massimizzazione dei risultati di breve periodo a discapito della vera creazione di valore e della stabilità non è per nulla cambiata. Ecco perché, oltre ad assistere ancora a innumerevoli situazioni eclatanti, e talora scandalose, sul lato delle retribuzioni, dovremo ragionevolmente aspettarci altre violente crisi finanziarie simili a quella più recente.

(Chris Foster)

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COMMENTI
07/09/2009 - Complimenti (orietta ceriani)

Trovo che la sua analisi descriva chiaramente il vero problema. Sarà lo stesso mercato a redefinire i bonus e gli stipendi una volta che i target di crescita degli utili bancari torneranno a essere disciplinati dalla realtà. Il problema è che i bonus sono soldi pagati per aver ottenuto qualcosa che la crisi ha dimostrato essere solo numeri sulla carta e non vero valore. Aspettiamo fiduciosi il giorno in cui le banche si potranno permettere di presentare bilanci ispirati al "true and fair value". Intanto il teatrino può continuare.