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FINANZA/ 1. L'attacco dei fondi Usa a Obama (e all'Europa)

Vi sono chiari segnali sul fatto che alcune élite politiche e finanziarie siano già stanche delle scelte dell’amministrazione Obama e cerchino il modo per farlo “saltare”

Obama_PensierosoR375.jpg (Foto)

Il prezzo del petrolio è salito ai massimi da 15 mesi e vola verso gli 84 dollari. A New York il light crude avanza di 85 cent a 83,60 dollari, dopo aver toccato un massimo dall'ottobre 2008 a 83,95 dollari. A fare da traino sono la domanda di greggio delle Cina - che a dicembre è salita del 25% - e l'indebolimento del biglietto verde.

 

Una notizia come molte, già sentita. Se non che qualcosa, nel mondo, sta muovendosi sotto traccia; qualcosa proprio legata a questa crescita della domanda cinese, segnale di una ripresa industriale e di rinnovata crescita. Stando a quanto rivelato dall’International Herald Tribune, il fondo speculativo Kynikos Associates, lo stesso che previde il crollo di Enron, sta scommettendo pesantemente sul default della Cina, ovvero sta posizionandosi al ribasso su quelle società nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture che vendono cemento, carbone e ferro ai cinesi.

Stando ai calcoli, del fondo, in Cina sarebbe pronta a esplodere una bolla immobiliare pari a «una Dubai moltiplicata per mille e forse più», inoltre il settore manifatturiero potrebbe pagare il conto a una sovraproduzione di beni che il mercato non riesce più a consumare e assorbire. Per finire, poi, il forte sospetto che i dati macroeconomici forniti dalle autorità cinesi siano falsati. Insomma, il dragone starebbe per finire con le zampe all’aria.

Una cosa è certa: che Pechino trucchi un po’ i conti è noto, ma da qui a definire la Cina un colosso dai piedi d’argilla ce ne passa. Tanto più che se questo dovesse accadere, il primo a pagarne il conto non sarebbe Pechino - che correrebbe ai ripari - ma Washington, che vedrebbe di colpo scaricati i miliardi di dollari di titoli di debito Usa che la Cina detiene. Insomma, in America qualcuno starebbe in qualche modo scommettendo contro il proprio paese.

Il dubbio è forte. E non tanto perché si cerchi l’armageddon per fare soldi a palate con le scommesse al ribasso, quanto perché i segnali che alcune élite politiche e finanziarie siano già stanche delle scelte dell’amministrazione Obama ci sono tutti. E una crisi del deficit federale e commerciale potrebbe far traballare il presidente molto più dei rapporti tesi con Mosca o delle riforma sanitaria.

A confermare questa ipotesi è stato, indirettamente, Irwin Stelzer nella sua rubrica domenicale sull’inserto Business del Sunday Times. Chi sia Stelzer è presto detto: è l’ambasciatore politico e l’eminenza grigia di Rupert Murdoch. Ciò che il tycoon non può dire, finisce negli articoli di quest’ultimo. E, casualmente, l’altro ieri nel suo “american account”, Stelzer parlava del rischio di una crescita esponenziale del deficit come motivo di preoccupazione per gli elettori americani.

Elettori: non popolo, non contribuenti, non cittadini. Elettori. Gli stessi che magari hanno mandato Obama alla Casa Bianca e che ora potrebbero cambiare idea. Non pensiate a un golpe o peggio a un attentato o altre mosse dietrologiche, la geofinanza non ne ha bisogno. Una crisi del credito, di fatto, ammetterebbe misure di emergenza sia per il governo, sia per il Congresso, sia, soprattutto, per la Fed: manovre monetarie, di leva fiscale ma anche di guerra commerciale.

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