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TASSE/ Le due incognite che mettono a rischio la riforma di Berlusconi

La riforma fiscale rilanciata ieri dal presidente del Consiglio rischia di essere vanificata se non diminuirà il debito pubblico e se non verrà ridotto il raggio di azione dello Stato

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rilanciato ieri l’ipotesi di una riforma fiscale entro la fine del 2010, con l’applicazione di due sole aliquote. Una riforma che, ricorda Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, l’Italia attende da sedici anni. E che forse appare urgente dato che il reddito reale degli italiani, come certificato sempre ieri dall’Istat, è sceso dell’1,9% nel 2009. Il vero problema, prosegue Mingardi, è che la politica rischia di vanificare un’eventuale riduzione delle tasse.

 

Cosa pensa dell’ipotesi, rilanciata ieri da Berlusconi, di una riforma fiscale entro l’anno? È il momento giusto per il nostro paese? Non corriamo il rischio di ampliare il debito pubblico?

Se si abbassano le tasse ma si aumenta il debito pubblico, in realtà non si stanno abbassando le tasse: si stanno semplicemente “posticipando” le tasse, addossandole alle future generazioni di contribuenti. Fare una riforma fiscale, in questo momento, non è impossibile. C’è una consapevolezza molto più diffusa, dell’urgenza di una diversa impostazione del rapporto cittadino-fisco, di quanto non fosse nel ’94, o nel 2001. In qualche maniera, il Paese attende una riforma fiscale dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Sono sedici anni, ormai. Sedici anni di attese e di speranze frustrate.

A cosa dovrebbe portare questa riforma?

Meno tasse debbono servire per avere meno spese: per ridurre globalmente il raggio d’azione dello Stato. La pubblica opinione italiana oggi mi sembra più pronta a ragionare in questi termini. È la politica, a essere evidentemente impreparata ad esercitare un ruolo di leadership, per mettersi su quella strada.

Questa “svolta” del governo Berlusconi viene dopo polemiche molto nette contro l’evasione fiscale e i “paradisi” che attraggono i nostri contribuenti, con una tassazione inferiore. Bisogna pagare tutti per pagare meno?

Al contrario: bisogna pagare meno per pagare tutti. Il governo dovrebbe impegnarsi a rendere meno conveniente l'evasione. Il problema di oggi è che si riesce a pagare molto poco se si hanno a disposizione plotoni di commercialisti e consulenti, mentre a essere costretti a versare fino all'ultimo quattrino sono le classi medie, evasori mancati per mancanza di risorse.

Proprio l’atteggiamento “post” scudo, questa maschera di implacabile severità adottata dal governo, ci fa temere che la riforma fiscale sia solo un altro ballon d’essai.

Come mai questo timore?


COMMENTI
12/01/2010 - E' uno dei tanti slogan (GIAN LUCA BARBERO)

Personalmente, mi trovo molto d'accordo con l'analisi di Mingardi. "Pagare di meno per pagare tutti" è quanto ci vorrebbe, precisando che "tutti" significa "tutti", non soltanto le famiglie numerose, gli anziani, ecc. secondo il repertorio di frasi fatte a cui ci hanno abituato gli attuali politici. Anche i ricchi: perché non fare una riforma seria che preveda l'abbattimento dell'aliquota al superamento di una elevata soglia di reddito invece delle varie versioni (4 attualmente) dello scudo fiscale? Oggi, infatti, il contribuente paga il 47% oltre i 75.000: la Svizzera è senz'altro più conveniente! La storia delle 2 aliquote risale già al precedente governo Berlusconi. L'epilogo fu piuttosto triste: le aliqote furono più di due e quella relativa al primo scaglione aumentò dal 18% al 23%, creando complessivamente una forte pressione fiscale, nonostante l'ingegnoso meccanismo di deduzioni (c.d. "No Tax Area") e le varie clausole di salvaguardia create dal Ministro Tremonti. Speriamo che questa volta vada un po' meglio. Gian Luca Barbero