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FINANZA/ Forte: non cerchiamo scorciatoie fiscali per uscire dalla crisi

Pubblicazione:giovedì 21 gennaio 2010

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Io le trovo positive, scusi il paradosso. È una situazione che mostra finalmente lo stato reale dell’economia europea. La realtà è che il tasso di rivalutazione dell’euro può strangolare le esportazioni. Invece un euro deprezzato potrebbe controbilanciare il fatto, fortemente penalizzante, che le monete asiatiche sono artificiosamente agganciate al dollaro. Le nostre esportazioni in altre parole possono solo guadagnarci.

 

Non la preoccupa la sfiducia dei mercati? L’Italia deve collocare sul mercato circa 485 miliardi di titoli di debito pubblico solo nel 2010.

 

Non drammatizzerei. Ci sono due cose da dire. La prima è che l’Italia deve attuare meticolosamente il piano di rientro pensato da Tremonti. È la priorità. Proprio per questo Berlusconi ha rinviato la riforma fiscale. La seconda è una mia idea da sempre: fare un federalismo fiscale che comporta la devoluzione di una quota significativa dell’imposizione personale sul reddito alle regioni, implica immediatamente - questo sì - il rischio debito Italia. È una cosa che il nostro paese nei prossimi quattro anni non può permettersi. Quindi o si fa un diverso federalismo fiscale o non lo si fa.

 

Attacca il federalismo fiscale?

 

Un attimo. L’Italia non subisce alcun downgrading nel suo debito pubblico perché ha una robusta tassazione personale sul reddito basata sulle trattenute alla sorgente. E qui viene il discorso delle due aliquote. Esse sono impraticabili, ma il vero problema non sono le aliquote ma la progressività: sapere cioè se la progressività è adeguata nel creare una base imponibile accettabile per i redditi alti e quelli bassi, moderata quindi verso il basso e moderata verso l’alto.

 

Dunque torniamo al punto: il nostro debito non è giudicato a rischio perché il nostro prelievo fiscale è coerente.

 

Sì. Siamo solvibili perché coloro - e tra quelli ci sono anch’io - che hanno governato il centrosinistra negli anni ’80 lo hanno fatto bene, sistemando l’imposta personale sul reddito. È per questo che Moody’s ci dà un rating buono, perché abbiamo un’imposta sul reddito che rende il 12 per cento del Pil e potenzialmente può arrivare al 14. Paesi come Irlanda e Grecia dovranno abbassare e i salari. So che è doloroso ma è l’unico modo che hanno a disposizione per riequilibrare un’economia in difficoltà, perché la vera ricchezza non viene dai capitali finanziari ma dai redditi da lavoro.

 

Mi sfugge la questione del federalismo.

 

 

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