BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

TELECOM/ Spazio a Telefonica per evitare un nuovo caso Alitalia

Telecom_TelefonicaR375.jpg (Foto)

Ma adesso il problema più che finanziario è politico: a tre anni di distanza dall’avvio della partnership, il sistema Italia ha mutato linea? Oggi è disponibile a far passare il controllo di Telecom in mai straniere? Come ha detto il ministro Sebastian, gli spagnoli se lo aspettano e portano argomenti convincenti: il mercato spagnolo è stato sempre aperto agli investitori italiani.

 

L’Enel possiede Endesa, Mediaset controlla Telecinco e, da poco, anche Cuatro; appartengono a Rcs El Mundo (secondo quotidiano iberico) ed Espansione Marca; ben presenti sono anche altri campioni dell’italico capitalismo dai De Agostini, ai Benetton. E allora, si chiedono in Spagna, perché l’Italia non si comporta allo stesso modo? In passato non lo ha fatto: il Santander e Bbva sono stati bloccati nel loro tentativo di pesare di più in SanPaolo e in Bnl; Abertis ha dovuto rinunciare al suo progetto di fusione con Autostrade. Quindi, è il pensiero di Madrid, sarebbe ora che gli italiani cambiassero registro e accettassero di ammainare il tricolore che da tanto tempo, e con crescenti difficoltà, fanno sventolare sul più alto pennone di Telecom.

 

Domanda: sarebbe un buon affare per il sistema Italia adottare questa linea di apertura e in nome della globalizzazione e del mercato lasciare mano libera a Telefonica? Ma naturalmente no: tutti i grandi Paesi con i quali vogliamo-dobbiamo confrontarci, dalla Francia alla Germania alla Spagna stessa, si tengono ben stretto il controllo di settori strategici che sono dei driver di innovazione.

 

Vuol dire avere i centri decisionali e di ricerca in casa, con tutto quello che significa anche come creazione di posti di lavoro di qualità. Il problema è che l’Italia questa partita l’ha persa già anni fa quando, privatizzando le telecomunicazioni, non riuscì a trovare altri che finanzieri disponibili a investirci. Finanzieri che avevano l’unico obiettivo di realizzare una plusvalenza il più rapidamente possibile.

 

Se si potesse usare la retromarcia nella storia, forse si dovrebbe ripensare tutta la stagione delle privatizzazioni. Ma ormai è andata: il senno di poi non funziona in nessun campo, e meno che mai nella finanza e nel business. Quindi al sistema Italia alla fine converrà fare di necessità virtù: la Telecom tricolore è una finzione non difendibile più a lungo. Tanto vale fare bella figura con gli spagnoli e i mercati. Magari in futuro questa buona condotta potrà dare un ritorno.

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
24/01/2010 - Folli privatizzazioni (ilario sambin)

Appare incredibile e allo stesso tempo affascinante come si possa rimbambire una popolazione con un mare di stupidaggini (uso parole gentili). Esempio di scuola le cosidette privatizzazioni, che sono state spacciate come il toccasana per abbattere il debito pubblico (nel frattempo aumentato a dismisura), e invece utilizzate per sottrarre allo Stato (cioé a tutti) ricchi pezzi di economia. Telecom ne é l'esempio: ricca di utili (un tempo), quando era statale aveva addirittura fondato la TIM Brasil. Ora é un cumulo di debiti scaricati dai vari Colannino e Tronchetti. Uno schifo. Il bello é che la classe politica che ha consentito tutto ciò é serenamente ancora al potere e ci racconta fregnacce ogni sera dagli schermi RAI (quella no privatizzata, serve al potere....).

 
23/01/2010 - Privatizzazioni vere, ma non selvagge (Giuseppe Crippa)

Sono totalmente d’accordo con l’autore dell’articolo, che ringrazio. E’ bene che il partner industriale possa direttamente influenzare le scelte della sua controllata, e considerare straniera una società europea è un inaccettabile provincialismo. Il vero problema, a mio avviso, è il saper comprendere quali siano i limiti entro i quali si possano muovere le società private (non importa se a capitale nazionale, europeo o anche extraeuropeo) concessionarie di servizi pubblici (energia, telecomunicazioni, trasporti, televisione e così via), definirli in modo chiaro e trasparente, imporli per legge e farli rispettare. Non dovrebbe essere un’impresa impossibile per i nostri 945 parlamentari, retribuiti con più di un miliardo e cinquecento milioni di euro all’anno…