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FIAT/ La giusta risposta al ricatto di Marchionne e degli Agnelli

Denaro statale a profusione dallo Stato e facoltà ilimitata di licenziamento. E’ la dottrina Marchionne. Che non contempla e non si cura degli effetti sociali di una simile impostazione. L’analisi di STEFANO CINGOLANI  

Fiat_MarchionneR375.jpg (Foto)

La fortuna arride agli audaci? Sergio Marchionne finora è stato la miglior conferma del vecchio detto. Prima nel risanare la Fiat con un colpo di ramazza alla vecchia cultura degli ingegneri (questa è la sua stessa lettura della operazione), poi nel prendere Chrysler con i denari dei contribuenti e dei sindacati americani.

 

Vedremo se anche l’annuncio improvviso di chiudere per due settimane tutti gli impianti italiani, si rivelerà una mossa ardita e vincente o il suo primo errore tattico. I prossimi giorni ci diranno se si tratta di un ricatto nei confronti del governo per ottenere la fetta maggiore degli incentivi pubblici all’industria (come è successo lo scorso anno) oppure se è il primo segno di resa di fronte a difficoltà che si annunciano insormontabili.


Non arrivano ordini per le auto Fiat, allora si può seriamente dubitare che un’altra rottamazione possa risollevare una situazione tanto compromessa. Il rinnovo del parco macchine non ha una durata infinita ed è direttamente proporzionale al reddito disponibile delle famiglie. Che quest’anno resterà modesto.


L’interpretazione che sia una nuova mano di poker da parte di un coraggioso giocatore, probabilmente è la più realistica. Ma è anche vero che di partite come questa non se ne può più. Parlando martedì a Stoccolma, in una conferenza sul futuro dell’auto, l’ad Fiat ha ripetuto la sua vulgata. L’America sta facendo bene, perché Obama ha fatto sì pagare i contribuenti, ma ha costretto anche a chiudere gli impianti improduttivi.

 

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COMMENTI
01/02/2010 - Non abbiamo più soldi (Simone Cantarini)

Seguendo tutta la vicenda Fiat, mi chiedo: dove vogliamo arrivare? Non abbiamo più soldi da spendere, stiamo svendendo la nostra capacità innovativa e ci costringono a pagare tasse per auto scadenti (e io compro Toyota). In 30 anni Fiat ha fagocitato (complice la politica) il mercato automobilistico italiano ed è divenuta grazie ai nostri soldi leader monopolista del settore. Il risultato un prodotto scadente e un potere contrattuale praticamente illimitato nei confronti dello Stato. Ciò ha ridotto di fatto la concorrenza interna con una diminuzione della ricerca e la riduzione e la chiusura di aziende e indotti delle case automobilistiche della nostra Nazione. Ciò ha comportato l'entrata nel mercato italiano di aziende straniere e la dislocazione delle catene di produzione al di fuori dei nostri confini, facendo passare come grande concessione quelle rimaste in Italia. La domanda che mi pongo ora è questa: Rispetto al caso Termini Imerese e alla crisi in corso: perchè continuare a ragionare sul rapporto quantità costo prodotto, dimentichi di chi lo utilizza e delle sue esigenze? Perchè cercare come forsennati mano d'opera a basso costo prima in Spagna e in Brasile, poi in mercati dell'Est Europa, poi in Cina, India, Vietnam e ora anche in Laos con perdite di Know How prezioso per il nostro Paese, ormai disinteressato alla produzione e all'innovazione da protagonista, ma solo a trovare un modo per mantenere gli attuali consumi? Ciò anche grazie all’avv.to

 
29/01/2010 - a parte i grandi manager (veramente pochi) (adolfo ferrarese)

da torinese ho sempre vissuto in mezzo a favorevoli e contrari: la Fiat ha fatto il bene della città, la Fiat ha usato la città. Probabilmente, utilizzando una visione più o meno capitalistica, la verità stà nel mezzo. Il problema è un altro: i capitalisti italiani sono una cosa sola con i politici italiani, come sono degradati i politici (scusatemi ma non vedo nuovi DeGasperi in giro), così fanno i capitalisti sfruttandosi ed appoggiandosi a vicenda, in un gioco delle parti da commedia dell'arte. Certo, nell'Europa civile se paghi a 30 giorni sei giudicato un cattivo pagatore, ma se lo stato paga a due anni, quando và bene, come possiamo veramente lamentarci delle grandi imprese che pagano ad uno? Chi viene distrutto e difficilmente arriverà alla fine del 2010 sono le piccole imprese, che cercano di mantenere bassi i costi di struttura, ma non hanno forza di opposizione. Termini M. e Pomigliano sono stati costruiti per far contenti dei politici e prendere dei soldi, poi dopo la cultura del lavoro e le infrastutture a chi toccavano? Invece di continuare a finanziare la Fiat non era meglio costruire Porti, ferrovie e strade? Ma da chi favorisce, ad esempio, la distruzione di una società come Telecom, che per far contento qualche politico e qualche capitalista si trascina debiti da decine di miliardi paralizzandosi e riducendosi da multinazionale a monopolista asserragliato, cosa possiamo sperare? Marchionne, forse, è il meno peggio, non diamogli colpe non sue.

 
29/01/2010 - I grandi manager (paolo paoletti)

Condivido completamente quanto descritto nella'rticolo che solleva ancora una volta il tema della "grande industria" italiana supportata da banche e istituzioni, mentre la laboriosa e silenziosa piccola media impresa italiana, cosidetta PMI, fatica ad andare avanti.Non mi soffermo a disquisire sul valore del manager che guida FIAT, che guarda caso, attua tutte quelle azioni classiche che alle scuole di business administration insegnano per sistemare le aziende, tecnicamente fallite come era FIAT ed è considerato un dio, ma vorrei porre l'accento sulla questione salviamo FIAT per salvare l'indotto. Questa è proprio bella, infatti il vero indotto FIAT è strangolato da pagamenti che ormai arrivano a 270-365 giorni e con richieste di "sconti" sulle forniture insostenibili, il tutto sul comparto PMI che guarda caso non riesce a coprirsi sull'esposizione finanziare che le banche non gli concedono. Ilpunto non è solo salvare Termini Imerese, poi qualcuno si potrà domandare perchè hanno aperto quella fabbrica e con che soldi, ma realmente obbligare chi vuole gli aiuti statali a non indirizzarli solo verso i propri azionisti, che potrebbero dare mano al famoso portafoglio vendendo partecipazioni, ma solelvando un indotto laborioso e sano.