SCENARIO/ Pelanda: la ripresa Usa manda in crisi l'Europa
venerdì 8 gennaio 2010
Le analisi economiche correnti concordano sulla seguente immagine. La crisi globale è stata meno intensa di quanto si temeva perché governi e banche centrali hanno reso disponibili con prontezza i capitali che mancavano.
Proprio per questo la ripresa è basata su stimoli e iniezioni di liquidità di entità straordinaria sostenibili per poco tempo. Pertanto nel 2010 sarà necessario iniziare a passare gradualmente da una ripresa assistita a una spontanea in modo da permettere alle autorità monetarie di ridurre l’enorme bolla di liquidità stimolativa ed ai bilanci pubblici di ridurre i sostegni a debito.
Questo, cioè la calibratura della “exit strategy”, appare il problema principale di politica economica del 2010 in America, Eurozona e Cina. Il come sarà risolto determinerà o (a) una ricaduta in recessione dell’economia globale, o (b) la continuazione di una ripresa in un quadro di riequilibrio del sistema oppure (c) una ripresa disordinata poi portatrice di inflazione e/o di instabilità finanziaria a sua volta causa di nuove crisi. Quale scenario è il più probabile?
La domanda globale è retta dal mercato interno statunitense. Il suo cedimento, nel 2008, ha comportato una riduzione delle importazioni, con effetto a catena di contrazione delle esportazioni di tutte le altre economie più rilevanti, quali Cina, Giappone, Germania, Italia, ecc. Poiché la riparazione del sistema americano è lenta, per l’enormità dello sconquasso, le nazioni più dipendenti dall’export dovrebbero compensarne la riduzione con più crescita interna.
Ma ciò implica cambiare modello economico e non è facile farlo in poco tempo. L’Eurozona non lo sta neanche tentando perché tale cambiamento implicherebbe passare da un modello statalista a uno liberalizzato con tasse minori e si può immaginare quali conflitti politici e sindacali ciò scatenerebbe. La Cina, nel 2009, ha immesso nel suo sistema parte delle riserve per compensare un 20% circa di calo dell’export, così drogando la ripresa via pompa di capitale. Ma non potrà, appunto, cambiare un modello dipendente dall’export.
Quindi europei e cinesi sono condannati ad aspettare la ripresa statunitense, nel frattempo tenendo attivi stimoli a debito o comunque straordinari. Tale situazione è molto pericolosa, perché se l’America resta lenta, europei e cinesi dovranno mantenere politiche squilibranti oltre la soglia di riequilibrio. Alla fine qualcosa salterà o dovranno accettare di ricadere in recessione per evitarlo. Quindi la prima stima cruciale riguarda la velocità della ripresa negli Stati Uniti.
CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Essa sta accelerando, già mesi fa Bernanke si disse sicuro che lo avrebbe fatto dal giugno 2010, pare stia avvenendo un po’ prima. Se così, la locomotiva americana riprenderà a trainare presto quella secondaria cinese e i vagoni europei. In tal caso le stimolazioni sia monetarie sia di spesa pubblica straordinaria potranno essere ridotte già in primavera negli Usa, in autunno nell’eurozona e subito in Cina.
Entro questi tempi c’è lo spazio di riequilibrio calibrato per le masse monetarie, in modo da evitare sia deflazione sia inflazione, nonché di contenimento della crescita dei debiti pubblici. Quindi lo scenario più probabile è il (b) ed è una buona notizia.
Ma, conseguenti, ce ne sono due inquietanti. Un qualsiasi incidente in America riaprirebbe le alternative destabilizzanti (a) e (c). Se andrà tutto bene nel breve, resterà nel medio-lungo la dipendenza della crescita mondiale dalla locomotiva americana che ormai è troppo piccola per reggere un tale carico, promessa di crisi ripetute e sempre più gravi nel futuro. C’è un problema di struttura.
© Riproduzione riservata.
La ripresa degli USA dov'è? La FED ha regalato soldi ai banchieri senza esautorarli. Le agenzie di rating continuano a far danni come prima (e quindi più di prima). Inoltre l'Europa è nata proprio per servire i capricci degli USA e della Finanzza anglosassone. E' ovvio che ci mandi in crisi. Per questo è necessario recidere i ponti. Siamo legati ad un cadavere che è solo peso in più, e rischiamo di affogare anche noi. E l'Europa invece manda in crisi gli stati europei (Grecia, ad esempio), volendoli punire per aver cresciuto il debito cercando di salvarsi dal fallimento. Avanti così e questa Europa si disgregherà (finalmente). Gli USA tenteranno la ripresa con la guerra: in fondo bastano delle mutande esplosive.
Gentile professore con la solita sintesi, credo sia determinante evidenziare il suo “come” dell’ipotesi B, vale a dire la variabile critica per un riequilibrio calibrato: la competitività di prodotto per uno sviluppo sociale reale. Come accenna esiste il rischio che se l’innovazione non sarà adeguatamente ‘monitorata’, la Fed proponga raffinate strategie finanziarie sul 2010-2011 che indurranno a supporre il successo dell’ipotesi B. Per sostenere anche un consenso elettorale, l’obiettivo principale è di ridurre la disoccupazione. Infatti, da recenti stime questo obiettivo è fortemente in crisi; per il continuo aumento della popolazione americana, l’occupazione dovrebbe crescere di 100mila unità/mese nei prossimi 5 anni per riportarsi ai livelli d’occupazione precedenti al 2007 (WSJ on Tuesday, January 05, 2010) mentre a Dicembre 2009 è cresciuta solo di 10mila unità/mese. Bernanke lo sa bene. L’Area economica Pacifica, molto coesa e ben organizzata per una crescita della domanda interna, e l’Area Atlantica dovrebbero essere i veri protagonisti, garantendo agli USA il ruolo di regolatore. Ma Eurolandia viaggia a 3 velocità con interessi spesso conflittuali. Penso che si debbano cercare forti alleanze ultranazionali sui piani industriali che inducano riflessioni e che vadano oltre gli attuali schieramenti politici, spesso rivelatori di scarsa identità. Si dovrà arrivare presto ad un piano industriale europeo e i primi Stati capaci di costruire alleanze saranno più ascoltati.