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BIG SOCIETY/ Vittadini: la sussidiarietà ora parla inglese

Pubblicazione:domenica 10 ottobre 2010

Cameron_DavidR375.jpg (Foto)

Il concetto di Big Society, proposto come punto chiave dell’agenda del premier inglese David Cameron, è solo riducibile alla revisione in senso liberale di un modello economico o è anche una ridefinizione politico-filosofica dei rapporti tra individui, società e Stato che implica una certa idea di uomo?

 

Nel discorso programmatico del 19 luglio a Liverpool, Cameron afferma: “Si tratta di un grande cambiamento culturale, in cui le persone, nella vita di tutti i giorni, nelle loro case, nei quartieri, nei posti di lavoro, cessano di rivolgersi a funzionari, autorità locali, o governi centrali per trovare le risposte ai problemi che incontrano, e sono invece abbastanza forti e libere da aiutare loro stesse e le loro comunità...”.

 

Big Society vuol dire “comunità capaci di costruire nuovi edifici scolastici, vuol dire servizi capaci di formare al lavoro, vuol dire fondazioni che aiutano i criminali a riabilitarsi...”. Al centro della Big Society c’è quindi innanzitutto una certa idea di uomo e del valore della sua iniziativa (fondamento del principio di sussidiarietà).

 

Un uomo concepito non come individuo isolato - secondo una concezione antropologica che ha preso piede a partire dal Settecento -, ma come essere strutturalmente relazionale (accento che troviamo forte nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI), e che realizza i suoi scopi mettendosi insieme ad altri uomini. Il concetto di “comunità” di Cameron è ciò che ha dato vita ai corpi intermedi, tipici della tradizione secolare e attuale del “welfare sussidiario”.

 

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