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BIG SOCIETY/ Vittadini: la sussidiarietà ora parla inglese

Pubblicazione:domenica 10 ottobre 2010

Cameron_DavidR375.jpg (Foto)

 

Fin dal Medioevo, scuole, ospedali, opere di assistenza, università, e, in tempi più recenti per iniziativa dei movimenti cattolico e operaio, anche istituti di credito e mutue, sono nati dall'azione di comunità di uomini mossi da criteri ideali. Anche oggi, in tutto il mondo, realtà fondamentali per il nostro benessere – dalla Mayo Clinic di Rochester, alle grandi università americane, al Food Bank (o Banco Alimentare di casa nostra) – nascono e crescono per l'azione di queste comunità di cittadini non assimilabili né al privato for profit né all'ente pubblico.

 

Ne nasce un’idea innovativa (sicuramente per l'Italia) del rapporto tra Stato e opere nate dalle realtà di base. Dice ancora Cameron: “Perciò il governo non può restare neutrale: deve promuovere e sostenere una nuova cultura del volontarismo, della filantropia, dell’azione sociale. [...].

 

Dobbiamo liberarci di una burocrazia centralizzata che spreca soldi e fiacca lo spirito pubblico. Al suo posto dobbiamo dare molta più libertà ai professionisti, aprire il servizio pubblico a nuovi operatori come fondazioni, imprese sociali, aziende private, e così offrire più innovazione, diversità e responsabilità nei confronti delle domande pubbliche...”.

 

E' ancora una volta la concezione di sussidiarietà antica e moderna che riconosce il valore di realtà che, pur non essendo di diritto pubblico, sono di pubblica utilità, così come sancì la nostra Corte Costituzionale a proposto delle Fondazioni di origine bancaria (sentenza n.301/2003).

 

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