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CRISI/ Ecco la Big Society che serve alle imprese

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Una seconda buona notizia per le nostre piccole imprese è venuta dal documento intitolato “Ripensare alla crescita del Paese: strategie e scelte di medio termine”, elaborato la scorsa settimana da Rete Imprese Italia, il nuovo soggetto di rappresentanza unitario del mondo delle piccole e medie imprese promosso dalle cinque maggiori organizzazioni dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo (Confcommercio, Cna, Confesercenti, Confartigianato e Casartigiani) che rappresenta due milioni di imprese e 14 milioni di addetti (pari al 60% della forza lavoro italiana).

 

La presentazione stessa di un elaborato di questo tipo ci sembra dimostri come l’annoso problema della rappresentanza delle piccole imprese sia oggi avviato a soluzione grazie a un soggetto che alla prova dei fatti si sta dimostrando coeso e responsabile. Il che non è poco. Per quanto poi attiene ai contenuti, il documento della Rete richiede maggiore semplificazione legislativa, meno burocrazia, riduzione della pressione fiscale, incentivazione della formazione e detassazione del salario di secondo livello. Si tratta di richieste che vanno al cuore delle aspettative dei nostri piccoli imprenditori e che ci paiono anche tutte in grande sintonia con il precedente Statuto delle imprese.

 

Ma perché sono importanti questi due documenti e cosa c’entrano con una visione della società improntata alla sussidiarietà? La risposta è che entrambi vanno collocati in un disegno che si propone di promuovere quello spirito di intrapresa che da sempre contraddistingue la nostra piccola imprenditorialità e che si caratterizza per una forte richiesta di libertà responsabile, l’unica capace di costruire il bene comune. Una prospettiva che si situa in modo perfettamente complementare e funzionale a quella, enfaticamente battezzata della “Big Society”, oggi portata avanti in Inghilterra da David Cameron (a dire il vero anche per la stringente necessità di tagliare drasticamente il disavanzo pubblico) e che in Italia è già realtà in molte parti del Paese (la Lombardia su tutte) sotto la più corretta denominazione di sussidiarietà.

 

Ovvero, in estrema sintesi, la capacità di riuscire a risvegliare e a mettere in moto la creatività (tra cui quella imprenditoriale) delle persone, stimolando la partecipazione dei corpi sociali intermedi, coinvolgendo la comunità nella produzione di beni e servizi e riuscendo a costruire e ad aggregare nella solidarietà. Ci sono nella società italiana migliaia di esempi di sussidiarietà concreta, vissuta, praticata (e giustamente venerdì scorso Paolo Preti su queste pagine ne ricordava alcuni particolarmente significativi): nella scuola, nella sanità, nell’attività creditizia, nella produzione. Ma la prospettiva sussidiaria della società non esclude affatto la presenza dello Stato. Se da un lato vi sono le iniziative della società, dall’altro serve uno Stato capace di valorizzarle. Uno Stato meno invadente e più efficiente, meno intrusivo e più propositivo. Che faccia meno imposizione e più costruzione.

 

In questa visione risultano allora perfettamente coerenti le richieste, ad esempio, di una maggiore semplificazione normativa e di una riduzione dell’imposizione fiscale sulle imprese e sui lavoratori. Così come appare imprescindibile l’esigenza di ripensare e ridefinire il ruolo della politica industriale, che non può certamente essere quella invasiva e onnipresente della seconda metà del secolo scorso, ma che non può nemmeno ridursi al nulla assoluto. Serve invece una capacità di elaborazione prospettica e una visione economica a un tempo lungimirante sul lungo periodo e concreta nel breve periodo.

 

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